25 aprile 2019

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03.01.2019

LEGGENDA SALINGER

Lo scrittore americano Jerome David Salinger (1919-2010)
Lo scrittore americano Jerome David Salinger (1919-2010)

E’ parola alla moda che ha tenuto banco nel 2018, «inclusione», o meglio «società inclusiva», la comunità civile che garantisce accoglienza e diritti-doveri alla pari, superando diversità e limiti. Per i più, entusiasti, è un orizzonte raggiungibile; invece per pochi altri, scettici, è figlia del mondo globalizzato. Ma il dubbio è stato posto a metà ‘900 da un profetico scrittore americano, che con un solo romanzo ha svelato le contraddizioni della contemporaneità: Jerome David Salinger (1919-2010) con «Il giovane Holden». Per contrastare l’uniformità borghese ha difeso tenacemente l’anticonformismo come valore, vivendo l’esclusione in prima persona e tramite il suo paradigmatico antieroe letterario. Non è dunque forzato riparlarne oggi, superando l’idea che il capolavoro sia solo un romanzo di formazione, o le avventure picaresche di un ragazzo, o la sua rivolta contro la società. «Il libro riguarda il disagio della mente, il danno spirituale. E per noi, che ora sappiamo cosa è accaduto a Salinger, è una tragedia», ha affermato il romanziere giapponese in fama di Nobel, Haruki Murakami. Le tragedie personali di Salinger sono state oggetto di specifiche analisi: dalla delusione affettiva a quella professionale, corroborate dall’angoscia esistenziale dovuta all’esperienza di guerra. La sua vita sentimentale fu tormentata: la fidanzata Oona O’Neill, figlia del grande drammaturgo americano Eugene, lo lasciò - mentre lui era al fronte - per sposare a 18 anni (1943) Charlie Chaplin, allora 53enne alle quarte nozze; la prima moglie Sylvia Welter, giovane dottoressa tedesca, accettò l’annullamento del matrimonio perché i suoi trascorsi nazisti avrebbero esposto il marito alla condanna presso la corte marziale Usa; la seconda moglie Claire Douglas subì dolorosamente la sua apatia, riversata pure sui figli Margaret e Matthew. In ambito professionale, i sogni di scrittore - con la velleità di esordire presto nel periodico «New Yorker» - si scontrarono con la miopia di un mondo editoriale disinteressato ai racconti da lui inviati, salvo pendere dalle sue labbra all’indomani del «Giovane Holden» e implorarlo di pubblicare cose nuove. Ma Salinger fu segnato soprattutto dalla seconda guerra mondiale, di cui fu reduce con gravi traumi. Sergente addetto al controspionaggio, all’interrogatorio di soldati prigionieri e civili per recuperare informazioni e salvare più vite possibili tra i suoi, uscì sconvolto dalle battaglie del D-Day, lo Sbarco in Normandia, e dalla visita a un lager nazista pieno di cadaveri ammucchiati: all’ospedale di Norimberga gli fu diagnosticato l’esaurimento nervoso che gli ispirò il primo testo breve narrato da Holden, intitolato «Sono pazzo» (dicembre 1945). Salinger proseguì con i racconti, pur frustrato anche dalla diffidenza della critica, fino a pubblicare nel 1951 «Il giovane Holden», romanzo assemblato durante l’esperienza militare in scritture infaticabili e coltivate nel livore: verso la scuola, la sua gente, l’America, l’ipocrisia del mondo. Il titolo originale dell’opera rende chiara l’ideologia dell’autore: l’intraducibile «The catcher in the rye» - da una canzone scozzese di Robert Burns - che all’incirca è «l’acchiappatore nella segale», è frutto della sua mente complessa. Salinger immagina che i bambini corrano in un campo di segale e lui deve salvarli prima che cadano in un dirupo, che allude all’età adulta. Con questa grande missione da compiere, la creatura più ribelle del ‘900 conquistava la generazione che rinasceva dalle ceneri della guerra. La ricerca di autonomia e una nuova identità erano gli ideali della società, che delle scorribande di Holden contro ogni proibizionismo non poteva fare a meno: quanto lui si escludeva dalla massificazione, tanto una parte della comunità sentiva sacrosanta la sua protesta arricchendosi della sua voce fuori dal coro. Il personaggio parlava senza regola né contegno morale, eppure il suo essere anticonvenzionale piaceva: «Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato»; «passai tutta la serata a prendermi dei passaggi con una marpiona di prima forza; il sesso è una cosa che non capisco proprio»; «ho pensato che potevo fingermi sordomuto, così mi risparmiavo tutte le chiacchiere stupide e inutili»; «io sono l’unico deficiente della mia famiglia». L’incredibile successo del romanzo, giunto a 65 milioni di copie, travolse Salinger che per proteggere la privacy nel 1953 scappò dai mass media e da New York per rifugiarsi in una casa sulle alture di Cornish (New Hampshire), dove si barricò contro i curiosi fino ai suoi ultimi giorni: scrisse per sé rifiutando gli editori, accolse per anni - poi cacciò - una giovanissima giornalista, aderì alla religione Vedanta che professava il rifiuto delle ambizioni. Su di lui si moltiplicarono gli studi, privi però della fonte diretta per il suo silenzio incessante cosicché oggi, a cent’anni dalla nascita - 1° gennaio 1919 - Salinger resta ancora una leggenda. •

Stefano Vicentini
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