14 dicembre 2019

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30.03.2019

RIPARTIAMO DALLA NOTIZIA

Mattia Feltri con Giancarlo Aneri, patron del premio «èGiornalismo»
Mattia Feltri con Giancarlo Aneri, patron del premio «èGiornalismo»

Agli antipodi del presenzialista, ritirato dietro lo scudo della carta stampata, seguito da un nugolo di lettori che forse ne ignora la fisionomia, ma non la penna garbata e acuta, ironica e penetrante, mai sguaiata a dispetto dei tempi. Mattia Feltri sarà a Milano, all’hotel Principe di Savoia, mercoledì 3 aprile, per ritirare il premio «èGiornalismo 2018», ideato, nel 1995, dall’imprenditore veronese, presidente di èGroup, Giancarlo Aneri con gli amici Giorgio Bocca, Enzo Biagi e Indro Montanelli. Il riconoscimento è stato attribuito a Feltri, firma del Buongiorno de «La Stampa», all’unanimità dalla giuria composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gian Antonio Stella, Mario Calabresi, Massimo Gramellini e Gianni Riotta. Feltri, lei è stato scelto per la «grande professionalità» con cui ha mantenuto il Buongiorno, uno degli articoli più letti dei giornali italiani, come afferma Aneri che la definisce «schivo e serio, di estrema onestà intellettuale e di modi gradevoli con i quali si rivolge al suo pubblico, proprio come avrebbero voluto i fondatori di questo premio». Si riconosce in questa definizione? È molto elogiativa, ma la accetto volentieri. Concordo sullo schivo perché ritengo che dovrebbero esserlo tutti i giornalisti. Oggi molti si preoccupano più della fama che del prodotto. Lei non è un presenzialista Tv, eppure ha un seguito di lettori con il suo Buongiorno che dimostra come ciò che conta non sia l’immagine, ma il contenuto. Mi fa piacere sentirlo. Non partecipo alle trasmissioni perché è una perdita di tempo per un giornalista della carta stampata. Uno deve fare bene il suo lavoro perché è il lavoro che deve emergere e quando questo accade è la cosa più bella che esista. Il giornalista va valutato per un articolo. Talvolta mi capita di essere riconosciuto per strada da un lettore che vuole dirmi qualcosa su un mio articolo, non perché mi ha visto in Tv. Ed è per me una soddisfazione enorme. Altra soddisfazione, il Buongiorno: va molto bene questo «dopo Gramellini». Quando ho ricevuto l’incarico ero convinto potesse essere la mia occasione. Gramellini è un gigante, aveva un rapporto viscerale con i suoi lettori, è una star e si è guadagnato tutto con il suo lavoro. Misurarsi con questa portata poteva spaventare, ma prevaleva la voglia di cogliere questa chance. Attorno avvertivo sfiducia e preoccupazione. C’è chi mi ha persino detto: «Grazie per il sacrificio, qualcuno doveva finire sotto la ghigliottina». Ma in poco tempo il Buongiorno è andato avanti bene. Anche quando siamo passati alla lettura a pagamento: non ha perso lettori e ha portato a un aumento degli abbonamenti on-line. Nella sua vita, cosa le ha dato il giornalismo, a parte una moglie brillante (Annalena Benini, giornalista del Foglio conosciuta sul lavoro, ndr)? Non ho mai avuto il fuoco sacro del giornalista. L’ho fatto per caso. A 19 anni, quando ero all’università, mio padre (Vittorio Feltri, ndr) mi procurò un lavoretto al Giornale di Bergamo per mantenermi mentre studiavo. E rimasi impigliato nella vita di redazione. Ma quello che mi piace fare è leggere e scrivere, ragionare e usare le parole, non il giornalismo in sé. E oggi leggo e scrivo, perciò sono un giornalista realizzato tecnicamente e felice. La scrittura è uno sfogo, una medicina, una necessità? È tutte queste cose. A volte scrivo anche a mia moglie per dirle qualcosa perché scrivendo si ha la possibilità di dare forma e la dimensione giusta a ciò che si vuole dire. Si selezionano le parole. La scrittura è magia, è musica, c’è metrica nella scrittura. Oggi la carta stampata è in affanno. Cosa direbbe a un giovane che vuole fare questo mestiere? Che comincia una professione in grave difficoltà e che deve farlo perché ha qualcosa da dire, non perché vuole essere riconosciuto. E di non ambire alla fama, ma di usare le notizie come punto di partenza. Questo vale anche per il giornalismo? Il giornalismo deve partire dall’idea che la notizia oggi non è un punto di arrivo, ma di partenza per raccontare cosa sta cambiando il nostro mondo e cosa si muove. La notizia in sé è inutile perché è ovunque e si ripropone tutto il giorno. E dalle false notizie come ci si difende? Il modo migliore è non produrle. Anch’io ci sono cascato commentando un fatto: colpa mia, non verificai. Ma sono deputato a commentare notizie che di per sé devono essere verificate. Prendiamo il ritrovamento degli scheletri in una casa di Roma. Si parlò subito di Emanuela Orlandi. Io scrissi - e fui attaccato per questo - che Roma seppellisce i suoi morti da 7.000 anni e che quello scheletro poteva essere della Orlandi come di mia zia. E infatti non era né dell’una, né dell’altra. Fu una notizia costruita sul nulla per scrivere qualcosa. E la lanciò l’Ansa, che è il nostro monumento. Quando troviamo una notizia, invece, dobbiamo avere la certezza che sia verificata. I social network? Sono strumenti meravigliosi. I più li usano male, ma continuo a frequentare chi li usa bene. Sono un’opportunità enorme per chi scrive qualcosa che altrimenti non avrebbe un palcoscenico. Attacchi ne subisce sul web? Un’enormità, ma non sempre li leggo e mi sono abituato. Spiegarsi con chi ti attacca è irrealizzabile. Nove volte su dieci la spiegazione non viene presa in considerazione, ma offre solo un’opportunità per un altro insulto. Facciano pure. Per me prevale il bello, gli occhi si devono concentrare sulle cose buone. Oggi vince una politica gridata, disorientata, per la quale è vero tutto e il suo contrario. Nel suo Buongiorno «All’albero più alto» ne ha fatto cenno guardando anche al tagliatore di teste Robespierre che ci rimise la sua. È questo il clima che viviamo? La politica è disorientata perché sono disorientati i cittadini. Assistiamo a vorticose trasformazioni: l’immigrazione, la tecnologia, il mondo che si restringe. E questo non può non spaventarci. Ciò che fa paura è la rapidità con cui il mondo cambia. La politica dovrebbe rappresentare i cittadini al meglio, ma ogni volta che c’è un’emergenza o una presunta emergenza, la risposta è appendere qualcuno all’albero più alto. Altro esempio recente: Sergio Vessicchio. La sua è stata una frase pessima. Ma tutti a voler cacciarlo, radiarlo, tutti addosso a Vessicchio. Ecco, questa è una società disorientata che impicca all’albero più alto. E chi deve orientarla? Ognuno ha il suo ruolo, anche la persona che chiacchiera al bar. La società si muove collettivamente, ognuno ha un compito, ma pensa che se lo debba assumere qualcun altro. La nostra è una società individualistica, ciascuno è proiettato su di sé, al centro del suo mondo, e questo comporta una de-responsabilizzazione. Ma non andrà sempre così. Si cambierà. •

Maria Vittoria Adami
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