16 settembre 2019

Cultura

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18.04.2019

Poetiche e avanguardia: la risposta di Simonetti

Gianni Emilio  Simonetti ha ripercorso la sua esperienzaVisitatori alla 17.2 Art Gallery durante l’incontro pomeridiano
Gianni Emilio Simonetti ha ripercorso la sua esperienzaVisitatori alla 17.2 Art Gallery durante l’incontro pomeridiano

Abbiamo ancora bisogno di poesia? Questa la provocazione con cui, a fine marzo, si era aperta alla 17.2 Art Gallery «Poetiche e avanguardia in Italia 1956-1981». Alla chiusura della mostra, il sociologo e artista Gianni Emilio Simonetti ribalta la domanda: ci meritiamo ancora la poesia? Tra i libri in cui poeti e pensatori riversarono le loro inquietudini, gettando il linguaggio a mo’ di ancora contro il naufragio delle idee verso un orizzonte di esuberante banalità, Simonetti, che visse e produsse quel fermento culturale, ripercorre l’esperienza. L’AVANGUARDIA ebbe molti volti: gruppi, movimenti, esperimenti tentarono di risignificare la poesia, di salvare la parola dalla falce dell’immagine, rendendola al tempo stesso più adeguata ai nuovi mezzi di comunicazione. Nella poesia visiva le lettere gabbano la cella della frase per diventare immagini o si sovrappongono alle immagini, descrivendo significati inediti. Lamberto Pignotti, tra i maggiori esponenti della corrente, incollava segmenti di parole su frammenti ritagliati da riviste. Esperienze di grande valore, che però, nota Simonetti, hanno fallito. Non si è impedita la fine della scrittura e la morte dell’arte; piuttosto, si è documentata la sua agonia. Per parlare di tutto questo Simonetti confeziona un discorso piacevole da ascoltare quanto difficile da comprendere: principi di concetti si evolvono in citazioni, argomenti attuali e antichi scompaiono in volute di eloquenza. Il filosofo evoca Aristotele e Victor Hugo, Heidegger e Peter Brook, Lessing e William Mitchell, fino alla domanda cruciale: la poesia è ancora in grado di sfidare l’indicibile? «Se sfida il dicibile basta la pubblicità». L’esigenza manifestata dalla poesia visiva di uscire dal linguaggio per accedere al non-luogo della figurazione risale già all’uomo di Cro-Magnon: questi intinse il dito nell’ocra e si dipinse il volto, primo gesto inutile e gratuito dell’umanità. Così nacque la poesia, dischiusa nei secoli in innumerevoli forme, irrisa e ammantata di verità, fragile e immortale. «Forse non siamo degni della poesia - conclude Simonetti - ma degli inganni che la poesia ci consente». Se quindici persone fanno cerchio, in piedi, intorno a un uomo che parla per un’ora, replicando quel gesto inutile e gratuito, forse la poesia esiste ancora. E sempre esisterà, finché avremo voglia di intingere il dito nell’ocra. •

Anna Castoldi
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