19 luglio 2019

Cultura

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16.02.2019

QUANDO ALDA SORRIDEVA

La grande poetessa in una vignetta che sa trasmetterne l’essenza: un talento capace di spiccare il voloAlda Merini e Arnoldo Mosca Mondadori: le parole e le vignette, un’intesa eccezionale
La grande poetessa in una vignetta che sa trasmetterne l’essenza: un talento capace di spiccare il voloAlda Merini e Arnoldo Mosca Mondadori: le parole e le vignette, un’intesa eccezionale

Di lei, l’inverecondo addentrarsi sulle cose. La maestà nella piccolezza. La fisicizzazione dell’etereo. «Eppure, lo si dice pochissimo, odiava la retorica della drammaticità ed era profondamente umoristica, sapeva spiazzarti. Rompeva grandi concentrazioni con battute, barzellette. Teneva a distanza i deferenti, i melensi, con la durezza di chi è umile e non vuol essere preso troppo sul serio. Creavamo delle storie, era un gioco: ad Arnoldo le vignette, ad Alda le parole». Arnoldo Mosca Mondadori – editore, saggista, poeta, curatore dell’opera mistica di Alda Merini dal 1998 al 2009 – in «Sei fuoco e amore. Poesie in carne e spirito» (Sperling & Kupfer) raccoglie le liturgie della visionaria milanese, alla maniera dello scriba sotto dettatura («scrivi, mi diceva telefonandomi, e io potevo essere in qualsiasi posto ma dovevo essere pronto»), dell’amico. Che dentro il testo, presentato per Ccdc e Cieli Vibranti a Brescia mercoledì 20 febbraio (ore 18.30 alla Cascina Parco Gallo di via Corfù, con Giusi Turra ed Elena Maiolini), ripercorre l’alveo incubatorio al fianco della poetessa. Piglio difficile, voce blesa, quello «spogliarsi» uguale a un dono trasceso. E la malattia volta in letteratura, le persone-àncora (il dottor G), il giaciglio di «combustione» dove creava, fra «bottiglie, cibo, libri, centinaia di sigarette, tutto sul suo letto, ma era come se tutto volasse». QUI CI È DATO conoscerla vestita da «schianto di Dio», incontrato per spavento: «una grande frescura» incanutente, passione quasi gelosa. Gestazionale e carnizzata. «Due le sue dimensioni di fede – racconta Mondadori –. Quella verticale, nel ritiro, usava gli occhi, per vedere, propriamente, grazie al dono di una vista in più, i componimenti. Con le viscere, invece, gestiva creatività disperate o innamorate; nel grembo, su macinazione interna. Alda era una macchina per la poesia». Un ingranaggio covatizio che aveva orrore del frastuono. «Il rumore, cosa inaccettabile. Per anni degli operai trapanarono al piano di sopra, a casa sua: gridava, soffriva, si sentiva violentata. Nel silenzio, nella pace, scriveva. Nondimeno lo spazio vuoto la atterriva; un grande timore, lì, riportava a galla i fantasmi. Allora chiamava un amico, uno di quelli veri, a tenerle compagnia». La teologia meriniana squilla il mistero buono in versi terreni («la fede è una mano/ che ti fa partorire»), davanti alle proprie pene («le mie mani sono sozze e dure/ per il pianto che le ha trasfigurate»), la rassegnazione di spalle («a rivederci, non so a chi ma a rivederci lo stesso»). «Il gran vociare di Satana», un male «essenzialmente umano: impossibile starle di fronte con doppiezza – ricorda il curatore –. Credeva pure nel male come nemico di Dio, ma per grazia d’un cristianesimo innato, naturale, che l’aveva segnata presto». È la visione della ragazza di luce, Maria che non invecchia, «madre diffusa come l’ape e il miele», cui disse «rendimi felice» nell’eco della vocazione conventizia dei suoi 16 anni, delle liriche più autentiche. •

Alessandra Tonizzo
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