26 novembre 2020

Cultura

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28.10.2020 Tags: libri

Quando gli dei si stancarono degli uomini

Roberto Calasso, scrittore
Roberto Calasso, scrittore

Ecco il volume numero undici del lavoro «in progress» iniziato da Roberto Calasso nel 1983 con La rovina di Kash: il nuovo titolo è La tavoletta dei destini (Adelphi, 146 pagine, 18,00 euro) e il tema è un percorso attraverso i miti religiosi dell’antica civiltà mesopotamica. Crediamo di poter individuare nella lunga traiettoria di queste undici opere, non inquadrabili in un genere letterario ben definito (saggistica ma anche narrativa, letteratura e arte, storia e antropologia), un elemento fondamentale di unità: l’inseguimento delle tracce del sacro e del mistero che stanno dietro ogni racconto, dietro ogni mito, dunque dietro tutta la letteratura, dietro tutti i libri. E forse non è senza significato che, contemporaneamente a questo nuovo undicesimo libro, Calasso, saggista e narratore, è proprietario e direttore editoriale della casa editrice Adelphi faccia uscire, nella collana economica, una nuova edizione del nono testo dell’opera, L’innominabile attuale, in cui viene deprecata la cancellazione di ogni traccia di divino, di sacro nella realtà odierna. Il nuovo tema, dunque, è l’antica civiltà mesopotamica, il mondo di dei e di uomini, antico di più di quattro millenni, testimoniato dalle scritture incise sulle tavolette d’argilla, culminate nell’epica dell’eroe Gilgamesh. Come ci fa entrare Calasso in quel mondo? Con una scrittura che forse sorprende il lettore: apparentemente elimina ogni diretto, scientifico riferimento storico, filologico, archeologico e costruisce tutto sul piano di una ininterrotta narrazione, quasi si direbbe la narrazione di una lunga fiaba. TUTTO IL LIBRO è il racconto che un uomo fa a un altro uomo: il primo è un vegliardo che ha sulle spalle più millenni, forse immortale, che conosce ogni segreto di divinità e uomini dell’età più remota, di nome Utnapishtim; l’altro è un naufrago che arriva da lui da un’epoca (e da un libro: «Le mille e una notte») tanto posteriori: è Sindbad il marinaio. Narra Utnapishtim dell’antichissimo tempo in cui gli dei decisero di scatenare un diluvio che distruggesse tutti gli uomini, colpevoli di disturbare i celesti col loro terreno baccano. Ma Ea, dio delle acque dolci sotterranee, scelse lui, Utnapishtim, incaricandolo di costruire un battello cubico in cui salvare dalle acque uomini e animali. Ci fu una riconciliazione tra dei e umanità salvata dal diluvio e Utnapishtim fu premiato con una durata ultramillenaria della vita, da trascorrere nell’isola solitaria di Dilmun. E lì, appunto, qualche migliaio di anni dopo, approda Sindbad, il marinaio delle tante navigazioni e dei tanti naufragi. L’invenzione narrativa consente a Calasso di distendere un vastissimo materiale di antropologia religiosa nell’orizzontalità di un racconto che nella sua durata pare fuori del tempo, in perfetta sintonia con l’appiattimento di tempo e spazio al cui interno scorre la narrazione. Al centro della quale, come un emblema luminoso che tutto riassume, sta la Tavoletta dei Destini, forse disseppellita da qualche remota profondità d’acqua o di sabbia, rivelazione e legge di tutte le cose che sono passate, passano e passeranno fra la terra, il cielo e l’abisso sotterraneo. •

Giulio Galetto
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