18 agosto 2019

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20.07.2019

RICORDARE LA POESIA

Il Vate immortalato 100 anni faIl poeta Gabriele d’Annunzio a Fiume, impellicciato ma proletario, al rancio in mezzo al popolo dei suoi volontari
Il Vate immortalato 100 anni faIl poeta Gabriele d’Annunzio a Fiume, impellicciato ma proletario, al rancio in mezzo al popolo dei suoi volontari

«Tu devi sapere che sei giunto in una città pericolosa per i tuoi giovani anni. Qui si fa senza alcun ritegno tutto ciò che si vuole. Le forme di vita più basse e più elevate qui s’alternano non altrimenti che la luce e le tenebre» (Giovanni Comisso, «Il porto dell’amore», Treviso, Vianello, 1924; pag. 12). Avevo messo insieme parecchi documenti originali, il tema dell'incontro era: Futurismo arte-vita in Fiume dannunziana. Pensavo che gli studenti, ormai all'ultimo anno delle medie, sarebbero rimasti a bocca aperta felici di ascoltare quella storia e di poterne avvicinare vive testimonianze. Il dialogo però fu subito difficile. Un po’ perché poco ne sapevano e un po’ perché i ragazzi vanno abituandosi a lasciare agli adulti tutte le ragioni: quello che amano, quello in cui sperano, le preferenze nel vestire e nel comunicare, la musica internet Facebook Instagram, tutto è talmente lontano e inconciliabile. Di Fiume li colpiva di più l’opposizione all’ingiustizia che non la fantasia al potere. Mi sono sembrati indifesi nella trappola spaventosa che riduce il mondo a dicotomie – giusto/ingiusto, buono/cattivo, pace/guerra, un mondo in cui adesione e protesta sono facce opposte della stessa subcultura. NEI LORO occhi ho visto tanta timidezza e rassegnazione. La poesia non esiste. Non ci credono che si possa fare della propria vita un’opera d’arte, che la verità non sia il risultato matematico dei fatti ma una storia da costruire insieme, di cui ciascuno è responsabile. E del resto chi glielo ha mai insegnato? Si arrangeranno, troveranno un modo per vivere, e lo faranno senza maestri perché maestri qui non ce ne sono quasi più. Però Laura dietro i suoi occhiali aveva capito tutto. Perché lei, così dolce, lo sapeva cosa vuol dire essere in trappola e non volerci restare, con tutta l’intelligenza e la passione. La trappola di una malattia irreversibile che a poco a poco ti toglie tutto fino a cancellarti. COME FARE a strappare la gioia a ogni giorno? Lei lo sapeva, e quei ragazzi che poco capivano di Fiume, lei la capivano eccome, e la amavano. E poi Alessandro voleva sapere che fine avessero fatto serbi e croati, se era tutto oro quel che luceva, e mi accorgevo del fermento delle sue idee, ma come di là da un vetro, gli mancavano le parole. E poi la ragazza senza nome che aveva riempito un quaderno di appunti e me lo mostrava con uno sguardo serio e fiero. Ma come mai, le chiedevo, non era intervenuta durante l’incontro? «Perché io riesco a esprimermi solo scrivendo». Ragazza meravigliosa e sconosciuta ai suoi stessi insegnanti, misteriosa e sola di fronte alla prospettiva che inchioda me al passato e lei al futuro. Che ne sarà di questo centenario? Da Trieste a Palermo si annunciano mostre e commemorazioni ma il cuore rimane la casa del poeta, il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, dove per la prima volta, insieme a studiosi di tutto il mondo, saranno accolti i rappresentanti della città di Fiume, oggi Rijeka. La memoria, pure quella storica, può giocare brutti scherzi. Per fortuna ci sono i documenti: giornali, libri, volantini, cimeli eccetera. I documenti smascherano i fatti: tolta la patina della «realtà» e della «verità» li restituiscono alla dimensione umana, alla necessità di interpretare, comunicare e condividere: la verità non c'è, si fa come l'amore. Questo centenario non può celebrare un trionfo - che tocca di diritto a qualche vincitore - ma solo la grazia e la poesia che affida alla nostra memoria la sconfitta di un gesto di rivolta. RIVOLTAche comincia all'alba del 12 settembre 1919, quando parte da Ronchi una colonna di 35 autocarri con 186 granatieri e una ventina di ufficiali, guidata da una Fiat 501 rossa. Da quegli autocarri, promessi e poi negati, dipendeva il successo dell’impresa. Così descrive il fatto il legionario Piero Belli, anarcosindacalista e futurista: «Furono a un tratto faccia a faccia: quegli che voleva i camions e quegli che doveva darli. La polemica fu subito troncata da un gesto di minaccia. L’ufficiale di d’Annunzio sollevò il pugno armato di rivoltella all’altezza di quella fronte curva nel diniego inesorabile... - O tu cedi o io sparo! L’altro impallidì. Poi disse: - Cedo alla violenza. Ed era precisamente il capitano degli Arditi Ercole Miani, triestino, conquistatore del Vodice».2 Sulla Fiat prendono posto insieme al tenente colonnello Gabriele D’Annunzio e all’autista Basso, il maggiore Reina, il tenente Guido Keller, il tenente Frassetto e l’attendente Italo Rossignoli. A Castelnuovo la colonna si arresta. Alcune autoblindo e bersaglieri dell’esercito regolare la fronteggiano. D’Annunzio scende dalla vettura e parla. Gli ufficiali regolari ascoltano e si arruolano fra gli irregolari. A un chilometro dal confine il Generale Pittaluga fa un estremo tentativo per arrestare la marcia. Ha un vivace colloquio con d’Annunzio e alla fine cede il passo. Alle 11.40 duemilacinquecento soldati guidati dalla Fiat rossa entrano in Fiume accolti dalle ovazioni della popolazione: la Santa Entrata. Alle 18 D’Annunzio si affaccia alla «ringhiera» del palazzo del Governo: «Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione...».3 Il 13 settembre a mezzogiorno D’Annunzio assume ufficialmente il comando militare «in Fiume liberata». LA NOTIZIA si sparge e da quel momento crescono le defezioni nell’esercito regolare e le adesioni alla causa da parte dei più disparati individui: monarchici e repubblicani, fascisti e socialisti, anarchici e aristocratici, intellettuali, borghesi e proletari. Quasi tutti hanno fatto la guerra e sanno cosa vuol dire disobbedire agli ordini. Ma come si faceva a passare la sbarra di confine? Lo racconta il futuro responsabile dell’ufficio delle «Relazioni Esteriori» del Comando di Fiume, Léon Kochnitzky: si smonta dal treno alla stazione di Mattuglie - Abbazia e con una guida pratica dei luoghi si prende la via della campagna per saltare sul treno poco dopo la stazione, al di là del confine. GIÀ, PERCHÉ i ferrovieri, da sempre socialisti, organizzati e cattivi, sono dalla parte dei disobbedienti. A quel punto dal tetto e dagli scompartimenti del treno si sente il grido di guerra dei legionari: «Per il Comandante d’Annunzio, Eià, eià, eià, Alalà».4 Sia detto per inciso, quel grido ispirato all'antica grecia e mediato dalla traduzione di Giovanni Pascoli, lo aveva inaugurato proprio D'Annunzio durante l’incursione aerea su Pola il nove agosto 1917: solo negli anni Venti il regime fascista se ne appropriò. Il Governo italiano non sa come comportarsi, sta accadendo qualcosa che non era previsto, e alle rampogne, alla censura, al blocco e alle minacce, d’Annunzio e i suoi rispondono con l’arma più temuta dal potere: la risata (la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà).5 Si comincia col battesimo di Francesco Saverio Nitti: d’ora in avanti il capo del governo italiano sarà «Cagoia»: «Laggiù a Roma, Cagoia e il suo porcile non immaginano quale schietta ilarità susciti in noi quello spettacolo di sopracciglia corrugate, di pugni grassocci dati a tavole innocenti, di menzogne puerili, di rampogne senili, di minacce stupide, di ringoiamenti goffi, in confronto della nostra risolutezza tranquilla, della nostra pacatezza imperturbabile. Noi ripetiamo: «Qui rimarremo ottimamente». Essi non sanno in che modo cacciarci...» .6 - 1. continua **************************** NOTE: 2. Piero Belli, La notte di Ronchi, Milano, Quintieri, 1920; pp. 19-22. 3. Gabriele d’Annunzio, dagli estratti dell’orazione pubblicati sul «Bollettino del Comando di Fiume d’Italia» n. 2, 13 settembre 1919. Questo bollettino in realtà venne pubblicato nel maggio 1920, secondo numero della cosiddetta «prima serie». La «seconda serie» era iniziata col numero 1 del 4 febbraio 1919, mentre la «prima serie», che raccoglieva in 10 fascicoli retrodatati i documenti precedenti il 4 febbraio, cominciò a uscire successivamente, a partire dal n. 19 della «seconda serie». 4. cfr. Léon Kochnitzky, «Fiume et son Prophète» LE FLAMBEAU, Anno IV n. 1, 31 gennaio 1921; pag. 4. 5. Bologna, muri del Dams, 1977. 6. Gabriele d’Annunzio, dal volantino Cagoia e le teste di ferro, Fiume, 27 settembre 1919.

Paolo Tonini
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