28 gennaio 2021

Cultura

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29.11.2020

Rinaldini in pensione «Grande, mi mancherai»

Arianna Rinaldini: quarant’anni di lavoro per il Teatro Grande
Arianna Rinaldini: quarant’anni di lavoro per il Teatro Grande

Una vita. Quarant’anni di lavoro, di appartenenza, di partecipazione. Un contributo fondamentale nell’evoluzione costante di una storia che coinvolge la città, che mira al progresso, che produce cultura. La tutela, la promozione delle «nobili arti liberali» che a Brescia, nel cuore di Brescia, sono una priorità da secoli. «QUANDO HO INIZIATO a lavorare qui, al Teatro Grande, sono stata assunta per la parte amministrativa e mi occupavo soprattutto della stagione lirica: dovevo predisporre tutti i contratti, il coro veniva assunto direttamente da noi per cui ad esempio dovevo contattare uno per uno tutti i coristi; affiancavo il direttore artistico – Mimmo Angelozzi - che seguiva l’opera, ma anche le altre figure che erano praticamente tutte volontarie o stagionali perché allora non esisteva all’infuori di me e del custode del teatro nessun altro dipendente fisso». Chi parla è Arianna Rinaldini, che alla fine di questo mese raggiunge la pensione dopo quarant’anni di segreteria al Teatro Grande e che racconta come il suo lavoro si sia evoluto nel corso degli ultimi decenni. «DI LAVORO ce n’è sempre stato molto – continua Arianna –. All’inizio mi limitavo a seguire le indicazioni delle persone che questo mestiere me l’hanno insegnato. Poi, man mano, la responsabilità è cresciuta, specialmente da quando è venuto a mancare il direttore artistico». Per Rinaldini un compito notevole, quasi omnicomprensivo: «Seguivo praticamente tutto, dalla gestione della sala al personale e alle maschere; e anche la parte non artistica, cioè quella organizzativa. Poi nel corso degli anni sono state assunte anche altre persone, ad esempio per l’ufficio stampa, a integrare l’aiuto che ci davano persone esterne come Renzo Bresciani che preparava i comunicati, o Gigi Cristoforetti e Sonia Mangoni per arrivare all’attuale addetta stampa, a Valentina Molinari, poco prima che subentrasse la Fondazione che ha sostituito la precedente Società». Nessun rimpianto: Arianna Rinaldini è orgogliosa del cammino compiuto insieme al Teatro Grande. «I trent’anni passati con la Società, con tutti i problemi che potevano esserci legati principalmente al discorso economico visto che i contributi esterni erano quello che erano anche perché il Grande era un teatro sostanzialmente privato, questi trent’anni sono stati difficili ma anche molto belli. Oggi le cose sono molto cambiate: allora la parte più bella del mio lavoro era quella di organizzare e seguire gli spettacoli; da quando lavoro nella Fondazione non è che questo sia scomparso, ma ne costituisce solo una piccola parte, grazie alle nuove metodologie. Io mi ritengo fortunata per aver assistito all’evoluzione di questo piccolo, specialissimo mondo: se penso che quando ho cominciato non c’era neppure la fotocopiatrice, che avevamo una calcolatrice che per fare una somma c’impiegava non so quanto… Altri tempi, davvero». A COSTANTE contatto con il mondo artistico, Arianna Rinaldini ha conserva tanti ricordi speciali: «Soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, quando c’era la stagione d’opera, uscivo con gli artisti, c’era la pausa e si andava a mangiare tutti insieme. Anche solo con le compagnie di prosa che non montavano gli spettacoli qui, ma rimanevano a Brescia per una settimana: una sera si usciva tutti insieme, a volte invitati da qualche privato appassionato alla lirica o alla prosa». Qualche nome? «Per l’opera mi ricordo benissimo grandi artisti di allora come Ottavio Garaventa, Antonio Salvadori, Maria Chiara, Fiorenza Cossotto. Soprattutto con gli artisti d’opera, abituati a stare sempre via da casa per mesi e mesi, si stabiliva un rapporto che era fatto anche di un po’ di calore umano, non solo di stima professionale. Anche questo mi mancherà». Buona pensione ad Arianna Rinaldini!

LUIGI FERTONANI
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