14 agosto 2020

Cultura

Chiudi

10.07.2020

Sandri, una vita da dimenticato in manicomio

Per sopravvivere da internato e recluso, esperienza che in questi mesi il Covid-19 ha «regalato» alla maggior parte della umanità, Gino Sandri si affidò a tutto le sue passioni, dallo scrivere al disegnare, per non impazzire. Non è solo un modo di dire: Sandri in manicomio, tra persone ritenute allora da ricovero, ci trascorse davvero buona parte della vita, fino alla morte nel 1959, a 67 anni. Considerato un artista di grande talento, illustratore già poco più che ventenne per Hoepli e il Corriere della Sera, pittore, ritrattista, scrittore, allievo di Brera, famiglia benestante e nobile alle spalle, il disegnatore lombardo ebbe la sfortuna di vivere in anni in cui le nevrosi venivano trattate con l’elettroterapia, l’ipersensibilità non era accettata neppure nei geni e qualche atteggiamento sopra le righe, che oggi alimenterebbe la sua fama di estroso creativo, veniva bollato come tara ereditaria. Soprattutto portava all’emarginazione senza ritorno, a scomparire, a essere dimenticato da tutti. «Dal punto di vista umano la mia anima è stata trattata come una bestia», si disperava in uno dei suoi diari inediti pubblicati in «La libertà mi sorrida» (Ed. Erickson, pp. 278, 22 euro, a cura di Paolo Conti), titolo tratto da un’altra sua invocazione e che esce a 60 anni dalla morte (la diffusione nelle librerie è stata ritardata dall’emergenza sanitaria). È la ricostruzione della vicenda umana e artistica di questo personaggio del secolo scorso, figura di interesse a cavallo tra arte e psichiatria, che solo in questi ultimi anni è stata riscoperta, con mostre e convegni dedicati alla follia. Ma solo leggendo i suoi diari, le lettere che scriveva alla famiglia, i documenti redatti negli istituti, emerge il dramma, a tratti commovente, di una persona cosciente di essere considerata «diversa», che si sottopone docilmente alle cure (gli shock insulinici su base sperimentale lo portarono in coma 38 volte), e ad assurde e disumane regole nella speranza di non aggravare il marchio di «pazzo». Lucidamente trascrive tutto e la sua testimonianza è ora un freddo resoconto dall’interno della realtà dei manicomi. Dal periodo in cui venivano usati per liberarsi di chi era inviso al regime (Sandri, anarcoide e mazziniano, ci finì la prima volta nel 1924 dopo un incontro mai chiarito con le camice nere per «sproloqui politici» e «stato di sovreccitazione»), sifilitici, omosessuali, depressi, fino agli anni delle sperimentazioni psichiatriche. Ai racconti aggiunge i ritratti dei compagni di sventura, dei quali con tenerezza non coglie il grottesco o la caricatura, ma solo la sofferenza. Con le prefazioni del cardinale Gianfranco Ravasi e dello psichiatra Giorgio Bedoni, il libro è stato curato da Paolo Conti, architetto saronnese, che ebbe modo di conoscere da bambino Sandri, nei suoi periodi di «semilibertà» durante il ricovero nel noto istituto psichiatrico di Mombello, vicino a Milano, dove poi morì. Il padre di Conti, pittore dilettante, aveva sentito parlare di questo artista «toccato», lo volle conoscere, gli si affezionò aiutandolo come poteva, lo invitava qualche volta a casa a pranzo, lo spronava a dipingere. Sandri non aveva più un amico. Dopo la sua morte riuscì a recuperare disegni, scritti, documenti, che rischiavano di andare perduti e ora fanno parte di un archivio, riconosciuto di interesse storico. •

Marisa Alagia
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok