15 dicembre 2019

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15.11.2019

Simoni e «Quei monti azzurri»

La copertina del volume
La copertina del volume

Due protagonisti e un luogo. Continuano gli affondi di Carlo Simoni nella storia umana dei grandi che tanto privata non è, mai disgiunta dalla loro arte. Stavolta con «Quei monti azzurri» - edizioni Castelvecchi, presentato oggi alle 18 alla Nuova Libreria Rinascita di via della Posta 7 con le letture di Elena Bettinetti - l’occhio spione si intrufola in casa Leopardi, a Recanati, con l’espediente del diario fra il 1817 e il 1819 della «sorellina» Paolina infatuata di Giacomo, come lui chiusa nel palazzo prigione da cui è possibile per i fratelli evadere solo con la mente, grazie agli studi disperatissimi di lui, alla lettura di nascosto per lei femmina, unica della prole, dei libri della vasta biblioteca di casa. LUI È un giovane a noi noto: tutti abbiamo conosciuto dai testi scolastici le sue pene fisiche e psicologiche, il difficile rapporto con una madre bigotta, la contessa Adelaide, e con il conte Monaldo, un padre soffocante che gli preclude il mondo, gli censura la corrispondenza. L’abbiamo immaginato chino sulle pagine trovare conforto nella penna, invidiare la libertà dell’usignolo, amare Teresa vista dalla finestra. «Io vivo, o piuttosto non vivo al mio solito» scriveva. Simoni ce lo restituisce, Muccio, tramite le descrizioni di Pilla, come da nomignoli dell’infanzia. Preda degli umori, di malinconia e depressione, frenesie, turbamenti e contraddizioni. Con un ardore di immortalità- «volto a cercar eccelsa meta» - che a volte lo sorregge, a volte lo prostra ancora di più. «Sentimento desolato dell’inanità della propria vita, della possibilità di morire come mai si fosse nati». Brutto lui, brutta la sorella si descrive, lei stessa a vivere non solo le paturnie di Giacomo ma i propri fremiti, le gelosie per l’altro fratello, Carlo, la paura dello specchio, il trasporto verso un amico di lettera del poeta, Pietro Giordani, l’altrettanta voglia di fuga da giornate di claustrofobia nella magione «monastero» pur senza i voti, il peso della solitudine, senza nemmeno la speranza, lei, di lasciare un’orma di sé. «Oscura se non a chi mi ha avvicinato, fin che quegli viva, almeno, e duri memoria di me». Così come la ricerca sul linguaggio ottocentesco che riesce a stagliare meglio le figure, pennelandole a mo' di pellicola in costume. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

MA.BI.
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