10 luglio 2020

Cultura

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11.05.2020

«TEATRI CHIUSI
CITTÀ MORTA»

Il Teatro Sociale, in via Cavallotti, nel cuore della città di Brescia, non sa ancora quando potrà riaccogliere spettatori AGENZIA FOTOLIVEIl pubblico del Teatro Grande in una delle tante occasioni di cultura offerte nei mesi scorsi  AGENZIA FOTOLIVE
Il Teatro Sociale, in via Cavallotti, nel cuore della città di Brescia, non sa ancora quando potrà riaccogliere spettatori AGENZIA FOTOLIVEIl pubblico del Teatro Grande in una delle tante occasioni di cultura offerte nei mesi scorsi AGENZIA FOTOLIVE

La culla della cultura è qui, «ma se ammazzi il bambino nella culla poi cosa ci resta?». Se lo domandano in tanti, in quest’Italia che tremendamente fatica ad affrontare il nemico invisibile chiamato Coronavirus. E in tanti si domandano, dalla settimana scorsa, se la cultura non conti meno del culto: chiese aperte sì, teatri aperti no. Messe per i fedeli nella fase 2, dal 18 maggio; concerti e commedie nel congelatore, fino a contrordine. C’è chi l’ha presa con ironia come l’ex tastierista dei Matia Bazar Mauro Sabbione: «Venite alle mie funzioni» ha scritto il compositore sulla sua pagina Facebook, corredando il post con una sua foto in costume da prete. C’è chi come Paolo Rossi - effervescente, dinamico anche in questi strani giorni - si dice già pronto a ricominciare: «Il teatro - ha detto a Repubblica - può ripartire dai cortili o nelle stazioni». C’è chi vorrebbe acciuffare i massimi sistemi e governarli secondo logica: il politico e giornalista Walter Veltroni ha sottolineato sulle colonne del Corriere della Sera come qualche giorno fa il presidente francese Macron abbia «presentato un importante progetto organico sul rilancio della cultura francese articolato attraverso misure di emergenza e interventi strutturali. Il rischio è che invece il nostro Paese finisca col chiudere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti». Come scampare al pericolo? «In questo momento noi non possiamo nemmeno riattivare gli uffici non aperti al pubblico, quelli utilizzati per realizzare le produzioni nei mesi precedenti la messa in scena: mi pare eccessivo - si rammarica il sovrintendente del Teatro Grande Umberto Angelini -. Un teatro chiuso al pubblico non è chiuso a tutti, può essere operativo. Altro discorso per l’attività all’aperto, per cui è più facile garantire cornici di sicurezza. In una situazione di stallo stiamo studiando un protocollo sanitario da attuare quando la riapertura sarà effettiva, cercando nel frattempo di implementare lo smart working e di mettere a punto nuove forme di operatività online. Dalle idee ai progetti: la riflessione è in corso». GIAN MARIO BANDERA, direttore del Centro Teatrale Bresciano, manifesta speranze: «Siamo in attesa di risposte sul protocollo da osservare. Come si fanno gli ingressi nelle chiese, si possono fare nei teatri. Il problema ulteriore per noi riguarda non la frequentazione del pubblico, ma il lavoro in palcoscenico. Si fanno le prove, un po’ come gli allenamenti nel calcio. I camerini come gli spogliatoi. Noi siamo pronti a riaprire, ma la sfida è la sostenibilità: se passiamo da 670 a 176 posti, si scende dal milione a 300 mila euro di incassi all’anno. Mantenere attori e maestranze diventa un problema, quindi ben vengano forme di solidarietà. Abbiamo pianificato ogni tipo di riapertura possibile, ma la riduzione dei biglietti è sicura e gli abbonamenti sono un’incognita. Ringrazio papa Francesco e il presidente Mattarella, che hanno dimostrato di comprendere il valore di ciò che facciamo. E la creatività degli artisti è alta, come dimostra anche la webserie sul nostro sito». Direttore della programmazione di numerosi teatri - dall’Odeon di Lumezzane al Politeama di Manerbio, dal Comunale di Erbusco al Delle Ali di Breno, dal San Giovanni Bosco di Edolo al Santa Giulia in città - Vittorio Pedrali (Eureteis) vedrebbe di buon occhio l’istituzione di un Fondo per la cultura italiana, auspicato da più parti: «A quel punto però sarà fondamentale distinguere gli aventi diritto dagli esclusi - immagina -. Capire cosa, come e a chi distribuire farà la differenza, se questo Fondo nascerà. Bisognerà fare le cose per bene, senza dimenticare nessuno dei meritevoli. Mi preoccupa la mancanza di una scadenza, di orizzonti certi. Il nostro lavoro vive di programmazione. Così, e con regole acclarate, i teatri si possono salvare. Altrimenti è dura. Sono fortunato per il supporto che ricevo dalle Amministrazioni comunali, che hanno sempre dimostrato un livello di coscienza alto. Ripartiremo dal territorio per ricostruire un rapporto col pubblico». La Latteria Molloy, club di via Ducos, spazia dai concerti alla musica da ballo senza trascurare altre forme di cultura e spettacolo. Luca Borsetti si domanda se fosse necessario attivare le messe prima di tutto: «Non potevano andare in streaming, lasciando che le chiese riaprissero insieme ai teatri? Tante persone soprattutto anziane in un luogo chiuso dall’areazione problematica, con lo smistamento da fare sul posto, senza prenotazioni: tutto quello che ci era stato detto di evitare perché poco sicuro. Io vengo da una famiglia ipercattolica, ma per una maggior tutela di tutti credo si potesse agire diversamente. Per quanto riguarda il mio settore, non abbiamo ancora un codice Ateco. Stiamo arrivando, forse, a una proposta di riforma, facendo rete fra noi. Ma se oggi siamo in 100, fra pochi mesi saremo in 20: i costi fissi alla lunga sono insostenibili. A me non interessa un Fondo, che poi scatenerebbe discussioni su chi ha diritto e chi no: voglio un riconoscimento giuridico. Esistiamo, produciamo Pil. Vanno adeguate le aliquote Iva: che senso ha spaziare dal 22 al 10? E perché i libri hanno un’aliquota più favorevole? La musica d’autore merita lo stesso trattamento. In Francia esistono agevolazioni per il cinema d’essai: non si potrebbe in Italia supportare un circolo di locali live di riconosciuto valore culturale? Quanto alla Siae, andrebbero rivisti i parametri, con le relative differenze». Titolare del Der Mast, spazio teatrale con una programmazione anche da club, Roberto Tura ha una certezza: «Se restiamo così ancora un po’, siamo destinati a morire. In Francia pensano di finanziare prima le produzioni che diventeranno realtà poi, a riapertura avvenuta. Come categoria dobbiamo unirci, fare rete per far sentire la nostra voce, per avere finalmente un peso. Per far capire che facciamo un mestiere necessario come il pane, e che da noi passa la differenza fra una società evoluta e una imbarbarita. Fra una città viva e una morta. Se ci riusciremo, da questo periodo disastroso nasceranno nuove opportunità». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gian Paolo Laffranchi
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