26 novembre 2020

Cultura

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27.10.2020

Ugo Tognazzi,
le strade del
genio portano (anche) alla Leonessa

Ugo Tognazzi, nato il 23 marzo 1922 a Cremona, morto il 27 ottobre 1990 a RomaIl suo inimitabile percorso comico ha incrociato anche la città di BresciaVerdirame Augusto, classe 1940, da Brescia: in Amici Miei Atto II
Ugo Tognazzi, nato il 23 marzo 1922 a Cremona, morto il 27 ottobre 1990 a RomaIl suo inimitabile percorso comico ha incrociato anche la città di BresciaVerdirame Augusto, classe 1940, da Brescia: in Amici Miei Atto II

Ci dev’essere stato il suo zampino, dall’alto. Dev’essere stato merito di Ugo Tognazzi, attore gran dissacratore mai abbastanza celebrato che lasciava questo mondo trent’anni esatti fa, il clamoroso errore del Tirreno nel coccodrillo dedicato alla morte di un rotariano di Follonica, tale Riccardo Nobili, con la foto di «Augusto Verdirame di Brescia». Figura mitologica della cinecommedia italiana, legame psichedelico fra la città delle fabbriche e del lavoro-lavoro-lavoro (una volta) col variopinto luna park della dimensione-Amici-Miei. SE IL TIRRENO ha messo per sbaglio sul giornale il volto di un bresciano esistito soltanto nella fantasia su pellicola, personaggio della saga che l’ex presidente del Rotary Club di cui sopra amava al punto di farsene l’immagine-profilo su Facebook (da lì il comico equivoco), non si può non ripensare al senso della saga che aveva nel tognazziano conte Mascetti un imprescindibile punto di riferimento. «È stato il suo ultimo scherzo: mio padre avrebbe certo gradito», ha sorriso senza prendersela il figlio della vittima dello scambio di persona, dotato evidentemente e fortunatamente dello stesso senso dell’umorismo del padre. Augusto Verdirame di Brescia compare in Amici Miei atto secondo, quando gli amici organizzano la zingarata di sostenere tutti insieme la torre di Pisa per ridare un po’ di buon umore a un conte Mascetti giù di corda: un vigile li ferma per chiedere i documenti e il Necchi si ritrova ad esibire il documento di questo Verdirame, appunto. Scoprendo così il tradimento della moglie. Il Necchi, per andare a trovare la sua amante, con l’aiuto di Mascetti aveva fatto arrivare un mazzo di rose alla moglie Carmen: l’obiettivo era potersi fingere geloso di un altro uomo per avere la scusa di scappare dall’altra donna della sua vita. Peccato che la Carmen, dopo essere stata indirizzata dallo stesso Necchi verso un signore così grigio da sembrare al di sopra di ogni sospetto e al di là di ogni tentazione (il Verdirame, certo), si fosse calata così bene nella parte da portarselo a letto, quel signore. Con tanto di confusione di documenti. C’È SEMPRE uno scambio che scombina i piani. C’è sempre un piano alternativo alla realtà. C’è sempre il coraggio di spiazzare, quando c’è di mezzo Tognazzi. Più che un ribelle, l’anticonformista per eccellenza. Radicale della prima ora, così pronto a provocare da andare in televisione e mettere alle corde un Pippobaudo mai così imbarazzato in un’epocale Domenica In anni ’70 parlando di liberalizzazione della marijuana e legalizzazione della prostituzione. «E perché non parliamo della detenzione di Toni Negri» incalzava il conduttore, che provava invano a riportarlo sulla promozione del suo film in uscita. MALINCONICO e feroce, agguerrito e profondo come il conte Mascetti, Ugo Tognazzi era il capo delle Brigate Rosse. Con tanto di commento deluso di Raimondo Vianello a prender le distanze dall’ex amico diventato il nemico pubblico numero uno. Considerato anche il periodo, pieni anni di piombo, incontestabilmente la più grande beffa nella storia dei giornali in Italia, praticata sulle pagine de Il Male. «Ugo Tognazzi era disponibile a farsi arrestare. Ci aveva sempre seguito con simpatia e l’idea di finire in prima pagina ammanettato solleticava il suo senso dell’umorismo e il suo gusto per le sfide paradossali e anticonformistiche - il racconto del fondatore della rivista satirica Angelo Pasquini-. L’avremmo catturato nascosto nella credenza della sua immensa cucina, dove, come in un prolungamento de La grande abbuffata, trascorreva effettivamente gran parte del tempo davanti ai fornelli. Come in un servizio di cronaca nera, il fotografo ci immortalò mentre arrestavamo e trascinavamo fuori di casa l’attore, col grembiulone da cucina ancora legato dietro la schiena. Neanche a dirlo, Tognazzi fu perfetto. Lo sguardo obliquo, la smorfia d’incredula ottusità del colpevole colto sul fatto, il pugno chiuso levato davanti all’obiettivo. Noi, i ragazzi del Male come ci chiamavano allora, con certi baffoni finti da appuntati di una volta e le divise larghe da trovarobato, tutto sommato ce la cavammo... Quello di «Tognazzi capo delle Br» finì per essere il nostro più grande scoop. Vendemmo il doppio della nostra tiratura abituale, anche se, come sempre, il direttore responsabile fu denunciato e il numero abbondantemente sequestrato». Nessun problema per Tognazzi, che con la censura aveva dimestichezza da sempre. Con il gusto dello sberleffo, ma capace d’infinite tristezze. I suoi ultimi anni sono stati funestati da una depressione che il ricordo delle zingarate non riusciva a lenire. «Temeva di morire - ha dichiarato al Corriere di recente il figlio Ricky -: non aveva voglia di far nulla, pensava di aver sbagliato tutto, non aveva manco fame. Per uno come lui, energico, iperattivo, che al mattino presto leggeva i giornali e le sceneggiature e dava le indicazioni sui carciofi da cogliere…Pensò che il cinema gli avesse voltato le spalle. Ma era fisiologico. Mica siamo la Francia, questo è un paese senza memoria». Si può rimediare. Ricordando i giganti come Tognazzi, i capolavori come Amici Miei, i personaggi come Augusto Verdirame di Brescia. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gian Paolo Laffranchi
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