02 luglio 2020

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26.06.2020

Vengo a prenderti, la trilogia è completa

La copertina del romanzo
La copertina del romanzo

Prima i misteri, poi le menzogne e ora la chiave. La scrittrice bresciana Paola Barbato è in libreria con Vengo a prenderti. Io so chi sei e Zoo sono stati rispettivamente il primo e il secondo libro della trilogia, che viene definita dall’autrice “poli-bilogia” perché ogni libro ha un inizio e una fine e non c’è sequenza obbligatoria nel leggerli. In Vengo a prenderti l’autrice pone la luce sull’agente Francesco Caparzo e sul male assoluto: uno zoo, undici carrozzoni da circo che imprigionano esseri umani in condizioni pietose. Ma sono veramente tutte vittime? La scrittrice festeggia riesce a portare il lettore con sé in una caccia all’uomo, che da mostro non può avere giustificazioni ma il cui passato spiega i motivi dei suoi comportamenti. Fino alla fine, l’adrenalina e l’ansia sono al limite in un continuo passaggio di punti di vista che vanno a togliere le bugie e scoprono la verità. E il colpo di scena finale lascia il lettore a bocca aperta. Cosa rappresenta per lei “Vengo a prenderti”? Il distacco fisico da una storia che mi ha coinvolto ed emozionato. È la chiusura definitiva: con i primi due sapevo che avevo ancora da raccontare, che i personaggi avevano ancora vita, ora invece è tutto chiuso. Qual è il significato più importante contenuto in questo terzo libro? La formazione di un mostro. È il percorso di come una persona normale si può trasformare in un mostro pericolosissimo e ricercato. Tutti nascono con un livello base, poi l’ambiente, il carattere, gli stimoli portano a deviare la strada. In tutte le figure che hanno segnato epoche negative, occorre andare a leggere il loro background per capire, non giustificare. La gabbia ha un’importanza rilevante in questo libro: a cosa La collega, perché l’ha scelta come simbolo? Tutti viviamo dentro ad una gabbia. La prima la creiamo noi: le insicurezze, la spregiudicatezza ci pongono dei limiti. Poi c’è la gabbia familiare, quella del lavoro, dell’ambiente dove viviamo. All’interno di queste gabbie abbiamo trovato i nostri spazi, ma abbiamo sempre dei limiti. E di questi ultimi io sento sempre il peso. Per uscirne occorrerebbe uscire da ogni relazione sociale, significherebbe isolarsi. “Vengo a prenderti” è la chiave della poli-bilogia: se uno leggesse questo libro per primo non perderebbe tutto il significato degli altri? No perché è un punto di vista opposto. Ci sono autori straordinari, come Stephen King in “La lunga marcia”, che partono dal finale per poi raccontare la storia che li ha portati lì. Qual è stato, tra i tre, il libro più difficile da scrivere? “Vengo a prenderti” è stato complicato perché è la somma dei due libri precedenti: dovevo seguire una struttura già definita con tempi e modi, ma “Io so chi sei” è stato difficile perché ho dovuto non compiacermi su certi personaggi che amavo per lasciare spazio alla protagonista Lena. Chi sono i personaggi a cui si è affezionata di più? Francesco Caparzo è uno dei miei amati: divertente da scrivere, è privo di moralità ed è imprevedibile. •

Natascha Baratto
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