27 gennaio 2021

Cultura

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10.01.2021

«VIVA IL DUCA ORA E SEMPRE»

L’indimenticabile David Bowie: nato a Londra l’8 gennaio 1947, morto a New York il 10 gennaio 2016Omar Pedrini:  musicista, scrittoreMarco Obertini: dj, art directorStephen Hogan: rocker, performerViadellironia: rock-bandMarco Franzoni: musicistaAmbraMarie: musicista, speakerAlan Farrington: musicistaCarlo Poddighe: musicistaOttavia Brown: artistaJet Set Roger: musicistaJury Magliolo: musicistaLaura Sirani: musicista
L’indimenticabile David Bowie: nato a Londra l’8 gennaio 1947, morto a New York il 10 gennaio 2016Omar Pedrini: musicista, scrittoreMarco Obertini: dj, art directorStephen Hogan: rocker, performerViadellironia: rock-bandMarco Franzoni: musicistaAmbraMarie: musicista, speakerAlan Farrington: musicistaCarlo Poddighe: musicistaOttavia Brown: artistaJet Set Roger: musicistaJury Magliolo: musicistaLaura Sirani: musicista

Cinque anni senza David Bowie. Due domande sorgono spontanee: 1) cos’ha significato il Duca Bianco e 2) qual è stato il Bowie più Bowie? L’abbiamo chiesto a 12 artisti che gravitano nell’orbita di Major Tom. Omar Pedrini 1) Il furgone dei Timoria si chiamava Duca Bianco e ha resistito fino a un anno fa. Come Precious Time esordimmo al Desko con «Cat People». «Heroes» mi fulminò: l’ho portata in tour con Alessio Boni. E con Carlo Poddighe ho realizzato uno show su Bowie & Lennon 2) Ziggy Stardust. E «Heroes». Carlo Poddighe 1) L’eroe non cantato fu Mick Ronson, il suo grande chitarrista. Equilibrio perfetto fra rumore e melodia. Le canzoni di Bowie poi erano stratosferiche 2) «Live in Santa Monica» del ’72. E «Low», che disco! Jury Magliolo 1) È stato il mio idolo. Prima d’inglese ascoltavo poco 2) L’ho scoperto con una compilation, ChangesoneBowie, già nella maturità. Da «Low» sono risalito alla fase cantautorale. Alan Farrington 1) Eleganza alla ricerca di qualcosa di innovativo, con lo spirito melodico di Lennon 2) «Life on Mars» mi devastò che ero un teenager. Anni dopo «Let’s Dance» fece capire quant’era grande. E l’ultimo «Blackstar»... Insuperabile dignità. Stephen Hogan 1) Bowie mi manca. Punto. È stato anche il primo concerto a cui ho assistito, al Rigamonti nel ’97, mano nella mano con mio padre 2) Tutto ciò che ha fatto tra musica, cinema, moda: le maschere di uno stesso volto. «Blackstar» è un capolavoro. Marco Obertini 1) È uno dei pochi ad aver attraversato 6 decadi restando attuale. Coglieva ogni vagito underground trasformandolo in un disco che mette d'accordo tutti 2) La trilogia berlinese new wave: «Heroes», «Lodger», soprattutto «Low». Marco Franzoni 1) Bowie è le infinite possibilità sonore che il pop/rock ha nel Dna. Ci ha fatto vedere che tutto è possibile senza perdere eleganza e originalità nella scrittura 2) La trilogia berlinese. Jet Set Roger 1) «Si può fare di più, si può fare meglio: riprova!» 2) «Diamond Dogs»: rock, orwelliano, cupo, in fase di cambiamento. Inoltre direi «Outside», «Lodger», «Blackstar» e «The man Who Sold the World». AmbraMarie 1) L’irriverenza: l’estraneità al mondo che ti circonda. Di lui ho amato la riservatezza celata dietro occhi magnetici. Ti faceva venir fame di lui 2) Cupo, scarno: «Andy Warhol» (su «Hunky Dory»: contiene anche «Life on Mars?» che mi ricorda l’amico Jury Magliolo). Ottavia Brown 1) Mi ha insegnato a cogliere la sensualità assoluta senza distinzione di gender forzata. Mostrava la parte maschile e quella femminile trasmettendo libertà espressiva. Personalità poliedrica 2) «Space Oddity»: aiutava ad aprire la mente degli ascoltatori mostrando immagini, sogni e utopie. E poi, da inguaribile illustratrice, dico il Bowie di «Labyrinth». Laura Sirani 1) La prima volta l’ho visto su VideoMusic fra ’80 e ’90. Pareva un tizio saltato fuori da un quadro di Dalì, tutto colorato. Lo ritrovai nella colonna sonora de «I sogni segreti di Walter Mitty»: un genio dal fascino mistico, autentico 2) «Space Oddity». Viadellironia 1) La sua musica è groovy, raffinata. Sempre illuminante. Quando pensi di aver scandagliato tutto in un pezzo, qualcosa di nuovo emerge. Per questo 2) non abbiamo un periodo preferito. Sapeva approcciare un genere e piegarlo alla sua autorialità. Straordinario. •

Gian Paolo Laffranchi
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