06 dicembre 2019

Economia

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19.11.2019

«Solidità e
innovazione, forze
del made in Bs»

Da sinistra Filippo Schittone, Giuseppe Pasini e Davide Fedreghini
Da sinistra Filippo Schittone, Giuseppe Pasini e Davide Fedreghini

Novanta gruppi industriali a vocazione manifatturiera che registrano ancora, nonostante tutto, grandi numeri. Si tratta, nei fatti, della locomotiva dell’industria bresciana che ogni anno l’Ufficio Studi e Ricerche dell’Aib mette sotto la lente d’ingrandimento per studiarne bilanci, export e investimenti e capirne le dinamiche economico-finanziarie.


IL CAMPIONE delle 90 realtà analizzate è prevalentemente metalmeccanico (73), ma dà spazio anche ai settori alimentare (6), chimico, gomma e plastica (4), sistema moda (4) e carta e stampa (3). Nel complesso sono state analizzate 687 imprese con oltre 48 mila addetti, per un fatturato totale di 16,2 miliardi di euro (2018), contro i 14,9 dell’anno prima (+9,2%). In aumento anche il margine operativo lordo a 1,9 miliardi di euro (era di l’1,7 mld del 2017; +10,7%), e il reddito netto da 735 a 815 milioni di euro. Numeri confortanti soprattutto se osservati in un contesto macroeconomico ancora in rallentamento. Ma, se da un lato i numeri sono positivi e in crescita a doppia cifra, dall’altro il leader dell’Aib, Giuseppe Pasini, mette in guardia da ciò che attende Brescia appena voltata l’ultima pagina del calendario. «In prospettiva, difficilmente i primi sei mesi del 2020 saranno caratterizzati da un miglioramento degli indici economici sia nazionali che europei, perché gli investimenti previsti dalla Germania sono troppo scarsi, anche se potrebbero permettersi ben più dei 40 miliardi di euro», analizza Pasini. «Ancora più fumosa è la previsione sulla seconda parte dell’anno: non siamo nelle condizioni di guardare al medio termine ma solo nel breve» aggiunge il presidente durante la presentazione dello studio con il direttore dell’Associazione, Filippo Schittone, e Davide Fedreghini dell’Ufficio Studi e Ricerche.


GUARDANDO nel dettaglio l’indagine qualche speranza «made in Brescia» c’è anche per il futuro. I 90 gruppi analizzati, ad esempio, sono caratterizzati da una ridotta esposizione debitoria: sono patrimonialmente solidi, quindi il ricorso all’indebitamento finanziario è limitato nel complesso, anche se con sostanziali differenze fra i vari settori. L’indice medio di indipendenza finanziaria nel 2018 si posiziona a quota 46,2% (+0,7% sul 2017), ma si tratta, appunto, di una media: il settore elettromeccanico è a 62,8%, il chimico a 54,5%, mentre la moda è ferma a 34,8% e l’alimentare non arriva a 30% (27,6%). Analogamente, è sotto controllo anche il rimborso dell’indebitamento finanziario netto per il quale l’Ufficio Studi pone a tre anni la soglia di allarme. La maggioranza delle aziende campione è molto lontana dalla linea rossa: il tempo medio di restituzione, attraverso i flussi di produzione è a 1,6 anni, anche se i settori dei metalli ferrosi e dell’alimentare sono in una situazione debitoria potenzialmente critica. Fuori dalla media è il sistema moda (calcolato in 7,4 anni) che però è caratterizzato da un ebidta strutturalmente molto basso.


UN’ALTRA dose di fiducia arriva dallo sguardo al futuro degli imprenditori bresciani, che non smettono di investire: lo sforzo in immobilizzazioni materiali è pari a 940 milioni di euro. «Il sistema Brescia ha dimostrato di saper superare senza grossi problemi un anno turbolento come il 2018: merito della solidità patrimoniale, della capacità di innovare e dell’importante quota di export che da sempre caratterizza la provincia», conclude il presidente dell’Associazione industriale bresciana Giuseppe Pasini.


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Silvana Salvadori
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