03 dicembre 2020

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19.08.2018

Ritorno a Brescia
per il pompieri:
"Tante emozioni"

Due i pompieri bresciani che hanno partecipato ai funerali di StatoLa squadra Usar di Brescia tra le macerie con la «search cam»Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre stringe la mano ai Vigili del Fuoco di Brescia
Due i pompieri bresciani che hanno partecipato ai funerali di StatoLa squadra Usar di Brescia tra le macerie con la «search cam»Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre stringe la mano ai Vigili del Fuoco di Brescia

«Nel nostro lavoro cerchiamo sempre d’essere emotivamente controllati. Ma stamattina non è stato facile. Vedere l’affetto e la vicinanza non solo della città, ma dei parenti delle vittime, ci ha riempito il cuore». Salvatore Di Carlo da poco più di un’ora ha lasciato il padiglione di Genova dove sono stati celebrati i funerali di Stato per le vittime del Ponte Morandi. Al telefono è emozionato, stanco, ma disponibile, come tutti i suoi colleghi dell’Usar (Ricerca e soccorso in ambiente urbano) partiti martedì 14 agosto dal Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Brescia per l’emergenza crollo. Nelle sue parole c’è la sorpresa per la reazioni della gente, che negli applausi rivolti alle uniformi ha riservato un’acclamazione fragorosa ai pompieri. In rappresentanza di Brescia, alla funzione, era presente anche Marco Alberti che parla di «pelle d’oca». Un affetto che li ha colti di sorpresa: «Abbiamo lavorato completamente estraniati da tutto il resto, tra piloni appoggiati come bastoncini di Shanghai. Non avevano la percezione di questo sentimento». A SUGGELLARE il tutto è arrivata la stretta di mano del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, momento d’orgoglio per il Nucleo che negli ultimi anni fra le tragedie di Amatrice, Rigopiano, Pioltello, fino alla più recente di Borgo Panigale, ha visto all’opera i pompieri bresciani. E tra i dieci che per quattro notti e cinque giorni si sono alternati alla ricerca di superstiti e vittime sotto il ponte, ci sono uomini che con mani, cuore e coraggio hanno scavato in tutta Italia. Eppure, confida il caposquadra Mauro Lai «Non ti abitui mai a subire tanto dolore tutto assieme». Alla fine, si torna a casa «con una montagna di dolore addosso. La mia squadra ha estratto 7 cadaveri, tre erano ragazzi». Mauro Lai, il secondo caposquadra Giovanni Patroni, Ernesto Giordano, Mauro Vezzoli, Marco Alberti e Alessandro Pacini sono rientrati a Brescia ieri, mentre il coordinatore Usar Lombardia Peter Rasman, Salvatore Di Carlo, Marco Piotti e Domenico Marino sono rimasti a Genova fino ad oggi per le necessarie consegne all’Usar Veneto che darà loro il cambio. Negli ultimi giorni hanno lavorato su turni da 8 ore con brevi pause sotto la tenda del campo base della CRI, a 500 metri dal ponte. «Il pericolo principale non era tanto sotto, quanto sopra per l’incombenza di svariate tonnellate di cemento armato. Per questo - spiega Mauro Lai - il personale Saf (Speleo alpino fluviale) ha lavorato in quota per rimuovere le parti pericolanti». Ernesto Giordano che confida «appena torno farò un pianto liberatorio», spiega come «l’allerta costante anche per la responsabilità nei confronti dei colleghi più giovani che vanno seguiti e controllati» amplifichi lo stress. «Si riposa poco in questi contesti. Cerchi di non addormentarti per rispetto dei colleghi ai quali devi dare il cambio - aggiunge il caposquadra Giovanni Patroni -. Chiudi gli occhi, ma la testa è sempre là». Ora si rientra a casa, dopo questo sforzo immane. Da stasera, o domani, si torna già al lavoro. «Basta avere il tempo di lavare la roba sporca», scherza Giordano. Questa è abnegazione. •

Paola Buizza
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