giovedì, 21 novembre 2019
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08.11.2019

Caos sull’ex Ilva, l’Italia alla prova

La bufera che viene da Taranto, dove si trova il più importante stabilimento per la lavorazione dell’acciaio in Europa - «ex Ilva» è il suo nome di battaglia -, rappresenta al meglio l’esempio di una classe dirigente che, da tempo, ha rinunciato a una politica industriale. Pur essendo l’Italia una delle potenze economiche, grazie all’intraprendenza di una società che produce ed esporta nonostante la miopia dei governi. I Governi durano in media un anno e mezzo: agli investitori italiani o stranieri manca sempre la stabilità. «Serve un Paese unito per salvare l’ex Ilva», ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, salito al Quirinale. L’azienda franco-indiana ArcelorMittal, responsabile del polo industriale in Puglia, «in nessun modo si impegna a produrre più di quattro milioni di tonnellate d’acciaio l’anno e chiede cinquemila esuberi», ha riferito il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, in un’incandescente aula della Camera. «Andate a casa voi, non gli operai», è stata la replica con protesta della Lega. Il centrodestra accusa l’esecutivo giallorosso di aver offerto lo spunto, per l’annunciato addio della multinazionale, togliendo lo scudo penale che esenta da responsabilità pregresse e altrui nell’attuazione del piano ambientale. «Lo reintroduciamo ad horas», ha detto il premier, che minaccia una «battaglia giudiziaria del secolo» a fronte - ha ammonito - del mancato rispetto degli impegni firmati. Il lavoro e l’ambiente, ecco i due aspetti che da anni la politica non ha saputo conciliare, né programmare, aprendo la via agli interventi dei magistrati. Sull’ex Ilva si è scatenato un balletto di decisioni conflittuali tra i poteri giudiziario e legislativo. Ma il destino di migliaia di occupati e la loro salute non viaggiano su binari separati. Salvaguardare il primato italiano nell’acciaio significa impedire una crisi sociale e industriale catastrofica per tutti. www.federicoguiglia.com

FEDERICO GUIGLIA
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