sabato, 07 dicembre 2019
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13.08.2019

Non servono i giochi di Palazzo

La crisi non è ancora ufficializzata ma nei Palazzi romani le grandi manovre sono cominciate da tempo. Cellulari incandescenti, incontri più o meno riservati, sorrisi ammiccanti e strette di mano. Con i parlamentari in fibrillazione. Certo, si dovrà aspettare quasi sicuramente il 20 agosto, quando il Senato dovrà esprimersi sulla mozione anti-Conte presentata dalla Lega. Ma la tensione è già altissima. Tanto che bisognerà votare anche sulla data del voto di sfiducia: ieri la Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama non è riuscita a trovare una posizione unanime. Così i senatori dovranno tornare a Roma per decidere sulla mozione della Lega che vorrebbe anticipare a oggi il verdetto sull’esecutivo gialloverde. Una scelta tattica, per far venire allo scoperto i partiti anti-Salvini e, magari, saldare l’asse con Forza Italia e la Meloni. Ma anche strategica: accelerare al massimo l’apertura delle urne. Più facile a dirsi che a farsi ora che sta prendendo sempre più piede in partito del «non voto». Anche se, per ora, è uno schieramento a dir poco eterogeneo. Ci sono i Cinquestelle, che vorrebbero le elezioni solo dopo aver approvato la norma che taglia 345 parlamentari. Per farlo, però, occorre anche cambiare la legge elettorale. Come dire: addio elezioni a ottobre. Eppure, pur di raggiungere l’obiettivo, i pentastellati sarebbero anche disposti ad allearsi con quello che, fino a ieri, era il loro nemico giurato, il Pd. A sparigliare le carte è sceso perfino in campo l’ex premier, Matteo Renzi, che ha proposto un governo istituzionale. Idea che non piace all’attuale segretario, Nicola Zingaretti. Vedremo, nei prossimi giorni, se è solo una posizione tattica. Anche perchè l’attuale numero uno del Pd è un generale senza truppe: la maggior parte dei parlamentari Dem è stata, infatti, selezionata proprio da Renzi. Che, nelle ultime ore, ha fatto balenare anche l’ipotesi di una scissione. Resta il fatto che anche i Cinquestelle avranno non poche difficoltà a sedersi allo stesso tavolo con l’ex premier e i suoi più stretti collaboratori, per mesi bersagliati dalle critiche grilline. Ma la politica, si sa, è «sangue e merda», come spiegava uno dei leader della Prima repubblica, Rino Formica. E nel Paese che si è inventato le convergenze parallele tutto è possibile. Ad una condizione, però. Che fra governi balneari, istituzionali, tecnici o di «non sfiducia» ci sia spazio per un esecutivo in grado di governare e non frutto della più classica, e deleteria, manovra di Palazzo. Il Paese reale non la sopporterebbe. E sarebbe bocciata anche da Mattarella.

ANTONIO TROISE
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