09 dicembre 2019

Lettere

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04.11.2019

Il IV Novembre e la memoria

Egregio direttore, 4 novembre 1918 - 4 novembre 2019. Sono trascorsi 101 anni dalla fine della prima guerra mondiale, da quella guerra sostenuta dall’Italia per la prima volta unita. Una guerra lontana nella memoria di molte persone. Forse sommersa dal ricordo della seconda guerra mondiale e dalle vicende ad essa connesse, ma riteniamo che i nomi di diverse località - San Gabriele, Vodice, Sabotino, Ortigara, Montella, Piave, Monte Grappa, Carso, Isonzo, ecc. - evochino il ricordo di decine di migliaia di soldati che in quei luoghi trovarono la morte combattendo per una giusta causa: contribuire a edificare una patria che doveva contrastare Stati assai più solidi e antichi. Riaffiora il ricordo di quei combattenti - fanti, granatieri, bersaglieri, alpini - che patirono la guerra più di altri. Eroi oscuri di una guerra scomoda, costretti a giacigli improvvisati, acqua scarsa, scarpe rotte, coperte fradice, rancio freddo, le giubbe abbottonate sotto il mento, con il tormento delle fasce gambiere che si disfavano, esposti all’insidia delle mine e dei gas, delle mitragliatrici, schiavi di una disciplina ferrea e di ordini, contrordini, che si succedevano a ogni cambio di posizione e di settore, alternandosi allo scoperto o alla resistenza a oltranza. Un conflitto, quello del 1915 - 1918, che ebbe purtroppo la caratteristica di essere il primo di proporzioni così vaste da coinvolgere quasi tutta la popolazione e diversi Paesi, che vide l’impiego degli aeroplani, dei carri armati, dei gas tossici, che registrò un elevatissimo numero di vittime e di prigionieri. Il nostro Paese si dimostrò largamente impreparato dal punto di vista psicologico e politico, economico e militare. Mentre le truppe avversarie si muovevano attraverso strategie più moderne, lo Stato maggiore italiano non concepiva altro modo che quello dello scontro frontale e della difesa statica, che comportavano enormi sacrifici di vite umane. Il maresciallo Enrico Caviglia, uno dei protagonisti di maggiore rilievo disse: «Il nostro metodo d’attacco era infantile nella sua immutabilità. Gli austroungarici lo conoscevano: fin dal primo colpo di cannone sapevano quello che volevamo fare. La sorpresa era esclusa. Né il comando d’armata né quello di corpo d’armata, né quello di divisione sapevano che le nostre batterie potevano preparare l’attacco. E tuttavia si continuavano a sacrificare uomini inutilmente. Non ci vuole molta abilità a distruggere reggimenti. Qualsiasi pazzo è in grado di farlo. Ci vuole abilità per riconoscere ostacoli, pericoli, superarli o aggirarli con le minori perdite possibili. Lo scopo è vincere, ciò vale per le truppe organizzate e per un individuo». Questa inadeguatezza esplose nella battaglia di Caporetto, nell’ottobre 1917, quando sembrò che l’esercito italiano fosse prossimo al collasso. Tuttavia si riprese e un anno dopo ci fu la vittoriosa avanzata di Vittorio Veneto che mise fine al conflitto in terra italiana. A questi eroici combattenti diciamo ancora oggi grazie con la rinnovata promessa che non dimenticheremo mai i loro sacrifici, che saranno sempre esempi da seguire nella buona e nella cattiva sorte. Il mio commosso pensiero va ad altri due eroici combattenti: i miei nonni Eugenio Bettinzioli (Genio) di Oriano e Luigi Laini (Bigio) di Pedergnaga che, tornati dalla guerra, militarono nelle Associazioni combattentistiche. Nonno Bigio fino alla morte è stato il porta-bandiera dell’Associazione combattenti e reduci di Pedergnaga - Oriano ora San Paolo. Ricordo che ero un bambino di pochi anni e nonno Bigio mi portava sempre con sé e con la sua bandiera ai funerali degli ex combattenti. Ciao carissimi nonni. Renato Bettinzioli BRESCIA

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