06 aprile 2020

Lettere

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20.02.2020

L’eredità di Pertini

Egregio direttore, lunedì 24 febbraio ricorre il trentesimo anniversario della scomparsa dell’amatissimo presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si può definire l’ultimo, grande personaggio risorgimentale. Se dovessimo ripercorrere le tappe della vita di Sandro Pertini ritroveremmo la storia del nostro Paese, con le sue lotte, i suoi tormenti, le sue contraddizioni, le sue speranze e le sue conquiste sociali. Sandro Pertini fu testimone e protagonista di straordinari eventi che hanno lasciato una traccia profonda nell’evoluzione e nell’emancipazione del mondo del lavoro. Il legame indissolubile tra giustizia e libertà, i diritti fondamentali degli uomini furono la ragione della sua adesione al movimento operaio e al Psi. Partecipò alla prima guerra mondiale, pur essendo un pacifista convinto. Fu tra i primi a battersi contro il fascismo e a pagare di persona, subendo processi, condanne e confino. Il 25 aprile a Milano proclamò, unitamente a Leo Valiani e ad Emilio Sereni, l’insurrezione generale per la liberazione nazionale. La medaglia d’oro al valore militare fu il significativo riconoscimento di uno straordinario, eroico impegno, nel coerente proseguimento di quel suo lontano passato, quando partecipò come valoroso combattente alla prima guerra mondiale. Egli è stato uno degli uomini politici italiani più amati per le sue doti di umanità, per la sua bontà, per la sua coerenza, per avere servito con umiltà le istituzioni, per avere esercitato il mandato politico e parlamentare nell’esclusivo interesse del bene pubblico. Non ebbe mai tentennamenti nei confronti di regimi autoritari di destra o di sinistra. Superando ogni remora protocollare condannò capi di Stato - Pinochet, i generali argentini -, non mostrò mai debolezze nei confronti dell’Unione Sovietica. Uomo di parte, affermò - nel giuramento da neo presidente della Repubblica -: «Da questo momento cesso di essere uomo di parte e sarò fratello di tutti gli italiani». Tenne fede a quella dichiarazione. Ricordo ancora con grande commozione quella seduta del 10 luglio 1978, quando fu eletto presidente della Repubblica con un numero di voti largamente superiore ad ogni suo predecessore. L’assemblea lo applaudì a lungo, una ovazione che sottolineava grande consenso, grande affetto. In quella occasione rese omaggio ad Aldo Moro, affermando che se non fosse stato assassinato dalla Br, sarebbe spettato a lui il posto di presidente. Operò per l’unità del Paese, per rafforzare le istituzioni. Ne onorava i simboli. Seppe riconciliare il popolo con le istituzioni in un momento di grave crisi. Interpretò i sentimenti degli italiani, i bisogni, gli ideali. Il suo fu un settennato tormentato: stragi, violenza mafiosa, scandali politici, ma anche calamità naturali come il terremoto dell’Irpinia. Furono anni in cui il Paese ebbe bisogno della sua figura. Fu il capo di Stato più conosciuto al mondo, rispettato, onorato, rappresentò l’Italia migliore. Partecipò anche a più semplici entusiasmi popolari come la vittoria italiana nei campionati del mondo di calcio. Dove sono finiti i valori di Pertini? Io credo che l’Italia abbia la capacità e le condizioni per esprimere nuovi valori, per affrontare i problemi di una Europa libera, unita, protagonista di opere di pace e di giustizia. Le nuove generazioni hanno riscoperto tutto ciò. A noi veterani ci aiuta quel suo monito: «Vorrei essere ricordato come uno che è stato sempre sincero, che ha pagato di persona i suoi errori. Vorrei essere ricordato così, semplicemente. Senza arroganza e senza superbia». Ciao Sandro, sei sempre nel mio cuore. Renato Bettinzioli ANPPIA ASSOCIAZIONE NAZIONALE PERSEGUITATI POLITICI ITALIANI ANTIFASCISTI BRESCIA

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