05 giugno 2020

Lettere

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17.03.2020

Non mi sento ma sono italiano

Egregio direttore, qualche giorno fa Ursula Von der Leyen, la Presidente della Commissione Europea, ha manifestato la sua solidarietà a noi italiani per la grave emergenza epidemiologica da CO-VID-19 iniziando il suo discorso nella nostra lingua e concludendo con l’espressione «siamo tutti italiani» (seguendo forse l’esempio del Presidente Usa J.F.K., che per un’altra tragedia dell’umanità esprimeva la stessa solidarietà all’isolamento del popolo tedesco con la famosa espressione «Ich bin ein berliner»). A me però la situazione tragica che stiamo vivendo e i suoi scenari preoccupanti sotto vari profili, da quello sanitario a quello economico ma anche dell’evoluzione dei rapporti interpersonali e sociali, fanno venire in mente una canzone di quel grande artista che è stato Giorgio Gaber, che, a conclusione del suo percorso di analisi malinconica sulla natura umana, riusciva a tradurre in musica pregi e difetti del nostro Bel Paese. Anch’io, come G.G., non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono: per fortuna, perché in una situazione sanitaria grave come non mai negli ultimi decenni, mi trovo in un Paese e in una Regione che ha una Sanità meglio organizzata di molti altri territori dell’Italia e del mondo; per fortuna, perché ci sono medici, paramedici, infermieri, volontari del soccorso e della protezione civile, farmacisti, ausiliari, che non si sottraggono a turni di lavoro massacranti, che non temono il contagio, che oltrepassano la paura, pur di soccorrere chi contrae il virus e rischia di morire; per fortuna, perché ci sono amministratori e istituzioni che capiscono che la politica non è acquisizione del consenso ad ogni costo, ma è soprattutto senso di responsabilità e assunzione di scelte che tutelano e possibilmente soddisfano l’interesse prioritario in gioco, in questo caso quello della salute; per fortuna, perché ci sono commercianti, ristoratori, baristi, parrucchieri, estetisti, che non hanno bisogno di un divieto dell’autorità per capire la gravità della situazione e che hanno chiuso ancor prima del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri; per fortuna, perché ci sono persone che già erano sole prima del coronavirus, magari anziane, magari disoccupate, magari isolate e che nonostante questo si sono adeguate alle indicazioni e per senso civico hanno da subito rispettato le raccomandazioni di tutela e di rispetto della propria e dell’altrui salute. Ma per molti altri aspetti, in questo periodo più ancora del solito, devo dire che purtroppo sono italiano: purtroppo, perché a vari livelli istituzionali manca la capacità di assumere decisioni univoche e tempestive, che favoriscano e se necessario impongano il rispetto di regole basilari per una civile convivenza; purtroppo, perché c’è un Presidente del Consiglio che ogni volta che parla alla Nazione sottolinea la necessità di inasprimento delle misure e del conseguente restringimento delle libertà personali, salvo poi firmare una serie di decreti corredati da lunghi elenchi allegati e da una serie di distinguo che non fanno altro che favorire la solita e intramontabile «italica furbizia»; purtroppo, perché la solidarietà che sorge spontanea in momenti come questo induce la politica a stanziare fondi straordinari che peseranno sulle generazioni future, ma nello stesso tempo a tollerare con colpevole debolezza delinquenti che distruggono il pronto-soccorso per sfogare una rabbia ingiustificata o innescano rivolte nelle carceri; purtroppo, perché la nostra atavica mancanza di programmazione porta ad accorgersi nel momento del bisogno che i tagli alla Sanità hanno fatto mancare strutture, macchinari, personale, così si fanno gare d’appalto a tempi record e assunzioni a go-go, con buona pace dei principi di trasparenza, efficacia, economicità, professionalità, meritocrazia. Lettera firmata

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