15 luglio 2020

Lettere

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28.05.2020

Una fotografia non basta

Egregio direttore, gli eventi degli ultimi giorni, da quando abbiamo avviato la Fase 2 di questo duro lockdown, hanno posto in evidenza il problema della ripartenza. In questo momento cosi drammatico, i temi su cui si è soffermato il dibattito pubblico e politico sono stati lavoro, sanità, economia, quasi dimenticandosi del fatto che esista una fascia di popolazione che ancora non vive quei problemi in maniera diretta, i giovani. Sarebbe poco intelligente dimenticarsi di loro, dei sacrifici a cui sono andati incontro e di ciò che hanno fatto in questo lockdown. I giovani sono stati privati della scuola, della socialità, dello sport, dei centri di aggregazione, dei rapporti sentimentali e delle più banali occasioni di lavoro per l’immediato futuro. Nonostante tutto questo, i giovani si sono contraddistinti per un impegno, inaspettato e riconosciuto dalla collettività. Tantissimi di loro hanno aiutato persone anziane e bisognose con la spesa settimanale e dei farmaci, la totalità di loro ha rinunciato a incontrare i parenti più stretti, la maggior parte di essi, si è rinchiusa in casa rispettando rigorosamente le regole nazionali. Eppure, basta una foto, di una piazza piena, per altro non esattamente di «giovani», perché decine di persone individuino in loro una categoria da demonizzare invece che da stimare per ciò che è accaduto. Una foto può cancellare settimane di impegno e attenzione. Dopo i runner, ce la prendiamo con i «gnari» e poi? Quale sarà la prossima caccia alle streghe? È dimostrato che i runners non hanno inciso, nella loro corsa solitaria senza mascherina, cosi come da normativa, nella diffusione del virus, eppure hanno accentrato la gogna mediatica delle settimane più intense. Sono troppe le cose che non hanno funzionato nel contenimento del virus, ma alla politica fa comodo nascondere le proprie responsabilità additando di volta in volta le colpe sulla «gente», su coloro che affollano le piazze e vogliono tornare a vivere dopo settimane di intensi e rigorosi sacrifici, su coloro che vogliono tornare a fare sport, su coloro che vogliono tornare a viaggiare, su coloro che ancora attendono la cassa integrazione di marzo. In Lombardia i dati sono ancora allarmanti, non ci sono dati certi sulla diffusione del virus, non si conosce lo stato di salute dei cittadini e per conoscerlo bisogna pagare e ancora oggi, chi ha la sfortuna di cadere ancora nell’incubo coronavisus, non ha risposte, certezze, possibilità di fare gratuitamente test sierologici, tamponi e quanto servirebbe per isolare il virus. La vicenda di piazzale Arnaldo, avvenuta in ogni città d’Italia, ci insegna come quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, e come questo principio sia ben conosciuto dalla politica che preferisce parlare del nulla per evitare si parli delle proprie responsabilità. Attenzione ad esserne troppo giustizialisti, perché si rischia di diventare populisti e prima o poi, dopo i runners e i giovani toccherà anche a voi. Tutto ciò non deve e non può giustificare assembramenti e leggerezze, proprio ora che stiamo uscendo da un incubo che non avremmo mai voluto vivere, con il rischio altissimo di tornare indietro. Ma ogni tanto ci si dovrebbe porre qualche domanda, come per esempio, come avremmo reagito a 18 anni se ci avessero bloccati in casa per oltre due mesi? Secondo me, sicuramente peggio degli attuali diciottenni (che per inciso, non erano coloro che affollavano la piazza) che speriamo possano invece diventare presto gli eredi del nostro futuro. Fabrizio Benzoni CAPOGRUPPO IN LOGGIA GRUPPO CONSILIARE BRESCIA PER PASSIONE

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