05 dicembre 2019

Lettere

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24.10.2019

Una multa grottesca

Egregio direttore, il giorno 21 maggio 2018, a partire dalle ore 13, all’incrocio fra via S.Faustino e via della Rocca, era stata collocata una postazione elettorale della lista Potere al Popolo, debitamente autorizzata dal Comune di Brescia. La postazione era formata da un gazebo, da un tavolino recante manifesti, volantini e vessilli della lista. Erano presenti sul posto 5 candidati al consiglio comunale oltre al candidato sindaco per la lista di Pap. Intorno alle 17, terminata la propaganda, portavo la mia automobile nei pressi del presidio. La vettura era stata collocata a bordo strada, all’inizio della salita del Castello, immediatamente prima del cartello che porta il segnale di divieto di sosta e di rimozione forzata. L’automezzo era stato parcheggiato per lo stretto tempo necessario a caricare strutture e materiali, avendo comunque cura di non recare alcun intralcio alla circolazione, né agli automezzi che muovevano verso il Castello, né a quanti si indirizzavano verso via della Rocca, né alle persone che transitavano sulla striscia pedonale, lasciata perfettamente libera. Mentre erano in atto queste operazioni sopraggiungeva un vigile urbano che cominciava a redigere il verbale di contravvenzione. Subito mi sono avvicinato all’agente per spiegare quanto stava avvenendo e per assicurare che, ultimato il carico dei materiali, avrei immediatamente provveduto a spostare il veicolo. Ebbene, non vi è stato nulla da fare: l’agente eccepiva che aveva iniziato a scrivere e che non poteva, né intendeva, soprassedere. Ne seguiva una imbarazzante quanto inutile discussione, alla presenza di tutte le persone sopracitate, al termine della quale l’agente mi invitava, se lo avessi ritenuto opportuno, a inoltrare ricorso. Quindi procedeva a completare la contravvenzione che mi veniva consegnata brevi manu. Una volta giunto a casa e riesaminato il verbale notavo che: a) il vigile aveva omesso di apporre il proprio nome a fianco della dicitura «Noi sottoscritti»; b) non aveva apposto la propria firma sotto la dicitura «Gli accertatori»; c) aveva segnato con una x la voce che a proposito della contravvenzione recita «non immediatamente contestata per l’assenza del conducente o dell’obbligato in solido». Quest’ultimo fatto, in particolare, si configurava come un vero e proprio falso ideologico. La mattina successiva mi recavo presso la sede dei vigili per riferire dell’accaduto al comandante, il quale mi assicurava che avrebbe sentito l’agente in questione e mi avrebbe tempestivamente riferito. Cosa per altro avvenuta nell’arco delle 48 ore successive. Il vigile - che al momento rimaneva per me senza nome - aveva negato al suo comandante l’evidenza e a questi non restava che invitarmi, ove l’avessi ritenuto, a sporgere ricorso. Con tutta evidenza, il problema non era rappresentato dai 28,70 euro della contravvenzione: sarebbe stata infatti molto più dispendiosa la trafila che mi trovavo costretto a intraprendere per contrastare quello che si configurava come un atto di prevaricazione da parte di un pubblico ufficiale, generando in me e nei presenti qualche non gratuito sospetto circa le ragioni di un simile comportamento. Mi riservavo di opporre ricorso una volta entrato in possesso della notifica formale. Poiché dovevo trasferirmi per un lungo periodo lontano da casa e preoccupato che la notifica pervenisse in mia assenza, mi sono recato presso il comando dei vigili urbani di Brescia per chiedere come dovessi comportarmi. Un agente presso il comando mi proponeva di rimanere in contatto personale con lui garantendomi che mi avrebbe fatto sapere quando la notifica fosse partita, in modo tale da consentirmi di produrre il ricorso presso la Prefettura solo dopo la comunicazione ufficiale della contravvenzione. Così è avvenuto. La notifica della contravvenzione è stata recapitata presso la mia abitazione il 17 luglio e 6 giorni dopo, il 23 luglio, la mia contestazione veniva recapitata al comando dei vigili che doveva a sua volta inoltrarla alla Prefettura, secondo la procedura di rito. Da allora e per 14 mesi non ho ricevuto più alcuna comunicazione: silenzio assoluto. Solo lo scorso 3 ottobre ricevo dalla Prefettura una lettera in cui si afferma che il merito non può essere esaminato e il mio ricorso viene dichiarato inammissibile perché «presentato oltre i termini di legge»(!) che, per la cronaca, constano in 60 giorni dal ricevimento della notifica. Alla lettera è unita l’ingiunzione di pagamento. All’origine la multa ammontava a 28,70 euro, poi elevati a 53 e infine a 96,50 in ragione del tempo fatto trascorrere dalla Prefettura prima di produrre una risposta, quale che fosse. Credo sia di solare evidenza il carattere grottesco, totalmente infondato e persino provocatorio della risposta come – a dirla tutta – dell’intera vicenda. A questo punto mi recavo di nuovo dal comandante dei vigili per ricordargli la concatenazione degli eventi e per chiedere che si ponesse in qualche modo riparo al grave torto da me subito. Il comandante riconosceva il contorno «kafkiano» della vicenda e si riservava nel breve una valutazione in proposito. Ma la «valutazione» è stata che il comando non poteva fare nulla (!). Non solo: anche il ricorso al giudice di pace sarebbe impercorribile perché in base alle procedure previste la sola strada da intraprendere sarebbe il Tar (!). Conclusione: a) mi viene comminata una sanzione in modo palesemente persecutorio; b) la prefettura non ammette il ricorso inventando una motivazione formale del tutto infondata; b) il comando dei vigili si dichiara impotente; c) nei confronti del vigile autore della contravvenzione e che si è reso responsabile di falso ideologico, non è più possibile sporgere querela in ragione del tempo fatto trascorrere; d) ogni strada per ottenere giustizia è preclusa. Ogni pezzo della pubblica amministrazione coinvolta ha commesso errori (errori?) vistosi, ha violato i diritti di un cittadino, si è scrollata di dosso ogni responsabilità e si è protetta dietro un groviglio di acrobazie formali. Viene da dire, con il sarcasmo del poeta: «C’è del metodo in questa follia». Dino Greco

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