12 luglio 2020

Lettere

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24.05.2020

Visione di futuro per il Paese

Egregio direttore, «Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore» (Blood, toil, tears and sweat). Così Churchill, nell'ora più buia. E l'Inghilterra rispose, coralmente. Non era scontato. Serpeggiava, ai piani alti e nel basso della società, un umore filonazista, che poteva vanificare l'immane sforzo. Questa pandemia non è una guerra, ma non è meno devastante. Ricorre spesso il paragone con il secondo dopoguerra e la ricostruzione, per richiamare la necessaria disposizione alla concordia. Anche se gli anni dopo il '48 non sono stati all'insegna dell'unità nazionale. E pur tuttavia il Pci e il Psi, cacciati loro malgrado dal Governo, nella loro opposizione, in un tempo di nemici, mai hanno messo in causa gli equilibri istituzionali. Hanno sempre avuto presente che anche su di loro incombeva una responsabilità collettiva. Si può, quindi, ben dire, anche da un punto di vista storico, che la ricostruzione fu un esercizio di diffuso spirito comune. Non mi pare di poter sostenere che stia accadendo, qui e ora. Per dirla con De Bortoli, non c'è dalle parti di Confindustria «una cultura più profonda del bene pubblico». Anzi riemerge, come un fiume carsico, quel familismo amorale tipico del capitalismo italiano: una inclinazione alla scissione più che alla ricomposizione. Non c'è in tanti talk, che sembra abbiano preso gusto a soffiare sul fuoco delle sofferenze e ad alimentare tensioni, in un Paese con i nervi a fior di pelle. Non c'è nella destra. Che deve fare il suo mestiere di opposizione, ma è percorsa da furore agonistico e, a testa bassa, sprizza acrimonia e rancore. Detto di sfuggita, un harakiri, ma che non fa bene al paese. Così nel dibattito pubblico latita una discussione arricchente sulla strategia seguita dal Governo. Prendiamo il lato economico. Le misure approvate mirano a sostenere la domanda interna e ad evitare il crollo di tante piccole imprese. E la politica perseguita è quella di promuovere la costruzione di un nuovo sovranismo europeo. Una risposta per sostenere l'offerta (meno tasse e condoni) e solo nazionale sarebbe stata catastrofica. Non sono le tavole della legge, ma di questo dovrebbe trattare il discorso pubblico. In sua assenza, nel volgere di un minuto, risuona nelle orecchie che nei decreti non c'è niente e nei decreti ci sono centinaia di contributi a pioggia. Il limite, semmai, sta nella messa a terra delle misure. Ma è, comunque, in via di superamento. L'elenco degli aiuti, ad esempio, per una piccola attività (bonus, fondo perduto, crediti d'imposta, abolizione Irap e Tosap, sospensione delle tasse..) dà l'idea che il grido di dolore, sacrosanto, di questo mondo non sia rimasto inascoltato. Gli stessi enti locali, anche nel Bresciano, a partire dal capoluogo, lo stanno sostenendo con un complesso di iniziative di assoluta rilevanza. Il decreto Rilancio, invece, avrebbe potuto prevedere già alcune scelte di medio periodo, anche se una c'è e non di piccolo cabotaggio: l'ecobonus edilizio. Tuttavia in sede di conversione sono irrinunciabili alcuni aggiustamenti, per correggere una sottesa cultura ambientalista poco attenta ai bisogni dei ceti più popolari: gli infissi devono rientrare tra gli interventi prioritari, è sufficiente un salto di classe energetica e vanno inserite anche le seconde case in comodato gratuito a genitori o figli. In questo modo esso può costituire un volano potente di ripresa dell'edilizia e della sua filiera. La fase 3 che ci attende dietro l'angolo impone, però, al Governo una visione di futuro, che non sia il semplice ritorno dello status quo ante bellum. La precondizione è che ognuno si dimentichi, almeno per un po', della bassa cucina e delle piccole ambizioni. Più di tutti deve farlo il centrosinistra, che ha l'occasione, forse per la prima volta nella storia d'Italia, di cimentarsi in una prova di Governo non solo per salvare il Paese (cosa ricorrente), ma per ricostruirlo, insieme ad una nuova Europa. Paolo Pagani SEGRETARIO PROVINCIALE DI ARTICOLO UNO DI BRESCIA

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