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27.02.2020 Tags: Cinema

Argento, 50 anni di paura made in Italy

La scena iniziale de «L’uccello dalle piume di cristallo»
La scena iniziale de «L’uccello dalle piume di cristallo»

Quando Dario Argento è passato da giovane critico e co-sceneggiatore (pure di film importanti come «C’era una volta il West» di Sergio Leone, 1968, o «Metti, una sera a cena» di Giuseppe Patroni Griffi, 1969) a regista simbolo della paura Made in Italy? La risposta esatta è cinquant’anni fa, quando, il 27 febbraio 1970, venne proiettato per la prima volta a Milano il suo esordio dietro la macchina da presa: il thriller «L’uccello dalle piume di cristallo», impreziosito dalla fotografia pittorica di Vittorio Storaro e dall’ossessiva colonna sonora di Ennio Morricone, destinata a influenzare profondamente la musica del genere. Libero adattamento non autorizzato del romanzo di Fredric Brown «La statua che urla» (già portato sullo schermo in America nel 1958), il film segue la pericolosa indagine privata di Sam Dalmas (Tony Musante), uno scrittore italo-americano che, dopo aver assistito, impotente, al tentato delitto di una donna in una galleria d’arte (disciplina associata al mistero), si trova obbligato a restare a Roma dal commissario Morosini (Enrico Maria Salerno) e finisce nel mirino dello spietato omicida insieme alla fidanzata Giulia (Suzy Kendall). Nonostante all’epoca delle riprese avesse appena ventinove anni, Argento riuscì a creare un modello di thriller del tutto inedito, rielaborando in chiave personalissima sia varie tecniche hitchcockiane, sia gli stilemi del giallo all’italiana codificati da Mario Bava ne «La ragazza che sapeva troppo» (1963) e in «Sei donne per l’assassino» (1964), dall’ignaro protagonista (coinvolto per puro caso in una situazione tanto minacciosa quanto ingarbugliata) al sadico killer con impermeabile e guanti neri (le cui mani qui appartengono al regista stesso) che infierisce su belle ragazze indifese, sino al colpo di scena finale. Infatti, al contrario del poliziesco classico tutto logica e deduzione, ne «L’uccello dalle piume di cristallo» la storia è un mero pretesto per scatenare la forza di una messa in scena ipnotica, all’insegna della soggettiva, del montaggio alternato, dei suoni distorti, dei punti di vista inediti e degli inganni ottici, che celano (e insieme svelano) la soluzione dell’enigma. L’apice di quest’ultimo trucco verrà raggiunto da Argento nel suo quinto film («Profondo rosso», 1975), ma è innegabile che «L’uccello dalle piume di cristallo» rappresenti un solco indelebile nella cinematografia italiana. •

Angela Bosetto
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