30 novembre 2020

Spettacoli

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24.10.2020

«Au langage» di Saiu show di live electronics

Appoggiando l’orecchio sulla superficie del pc, è possibile sentire il canto degli algoritmi. Racconto silenzioso eppure sempre presente, il dispiegamento di codici e segnali dell’apparato tecnologico disegna l’anima del nuovo secolo, sintetico oracolo di Delfi capace di radunare a sé i destini generali dell’essere umano immerso nell’era pandemica. Scrive e riscrive questo lungo racconto la performance «Au langage» di Fabrizio Saiu, in scena questa sera alle 20 negli spazi di A+B Gallery in Corsetto Sant’Agata, all’interno della rassegna «15, The Waiting Hall», che racconta la soggettività nell’epoca del disfacimento identitario. Una performance che assume i toni di una confessione, un’ode al linguaggio e al martirio della lingua capaci di interrogare l’ascoltatore. LA PERFORMANCE si comporrà di un concerto di live electronics, utilizzando speaker, computer e un sistema di algoritmi basato su Max 8, un software di programmazione per l’elaborazione dell’audio. «Ho scritto e composto un algoritmo che ho chiamato Karen - racconta Fabrizio Saiu -. Questo algoritmo interroga a sua volta quello che controlla la sintesi vocale del Mac. L’ho pensato in modo tale da poter gestire una sintesi vocale in strutture monofoniche, con voci specifiche e polifoniche. O posso ordinare a ogni voce di leggere una specifica cosa, creando polifonie parlate, in modo tale da creare sovrapposizioni polisemantiche». L’algoritmo diventa una nuova possibilità espressiva. «Karen mi permette di scrivere i testi ed eseguirli in tempo reale, o di prescriverli e farli riprodurre in processi randomici. Nel testo di presentazione parlo di stratificazioni: c’è un uso eccessivo della parola, sempre presente e giocata su un piano semantico. Le parole emergono in una sintesi vocale: può essere la narrazione di Shakespeare con un artificio di voci di finzione, o la riflessione delle “Confessioni” di Sant’Agostino». La voce di Karen sarà dunque la guida fra ammassi di parole che saranno traghettatori nei mesi della pandemia. «L’arte va portata avanti anche in questa situazione: dobbiamo ridurre, c’è troppo rumore di fondo. Esprimerci ci fa vivere, più che sopravvivere. È l’unica cosa che possiamo fare, magari conoscendo meglio gli strumenti tecnologici che abbiamo in mano. In fondo, esprimersi ha a che fare con il conoscere il vuoto dell’esistenza e le pratiche che potremo usare per riempire quel vuoto, rendendoci vivi».

STE.MA.
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