24 ottobre 2020

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17.02.2020 Tags: Teatro

Bulgakov in scena «Il mistero al di là di ciò che vediamo»

Nel cast dello spettacolo Federica D’Angelo, Matteo Bonanni, Mario Cei  e Luciano Mastellari ELENA SAVINO
Riscrittura de «Il Maestro e Margherita» edito nel ’66 STEFANIA CIOCCA
Nel cast dello spettacolo Federica D’Angelo, Matteo Bonanni, Mario Cei e Luciano Mastellari ELENA SAVINO Riscrittura de «Il Maestro e Margherita» edito nel ’66 STEFANIA CIOCCA

Pochi romanzi hanno saputo raccontare, con sarcasmo e al tempo stesso raffinato lirismo, il personaggio del Diavolo come ha fatto Michail Bulgakov. Una presenza irrimediabilmente intrecciata con la sua epoca, in una narrazione che sa andare oltre le contingenze del suo tempo per farsi racconto universale. GUARDA a questa universalità lo spettacolo «Il Maestro e Margherita», riscrittura del celebre testo scritto negli anni Trenta ma pubblicato nel 1966, in scena da oggi fino a mercoledì alle 20.30 al Teatro Mina Mezzadri all’interno della Stagione del Ctb. Originale adattamento, firmato dal drammaturgo Fabrizio Sinisi che ha scelto di ambientare il testo nella Milano odierna: il regista Paolo Bignamini orchestra un cast d’eccezione formato da Matteo Bonanni, Mario Cei, Federica D’Angelo e Luciano Mastellari. «È un romanzo cruciale per la letteratura del Novecento» racconta Bignamini. «Un testo bellissimo e vasto, un fuoco d’artificio letterario, attraverso pagine quasi imprendibili. Sapevamo che era quasi impossibile imbrigliarlo in forma teatrale: abbiamo pensato di scegliere alcuni fili che compongono questo arazzo, sviluppandoli secondo la nostra sensibilità». In una grande metropoli, un evento eccezionale scatena il caos: l’arrivo di Satana, personificato dall’enigmatico alchimista Voland. Un personaggio oscuro, un demone contemporaneo che si affaccia sulla storia di uno scrittore fallito e della sua amata Margherita. «Abbiamo ripreso i personaggi principali, lavorando in punta di piedi per sviluppare i temi più urgenti, raccontando dentro la storia di Bulgakov una storia che potesse essere nostra». Un giovane sognatore lavora come custode al Museo di Storia Naturale: nelle notti di solitudine troverà l'ispirazione per scrivere un romanzo sulla figura di Ponzio Pilato. «In questa narrazione, Ponzio Pilato ha la funzione di pilastro attorno al quale ruotano i temi dello spettacolo, che già emergono nel dialogo iniziale tra Voland e gli intellettuali russi sull’esistenza di Gesù, e sulla capacità dell’uomo di dominare la propria esistenza. C’è qualcosa che eccede ciò che noi crediamo di poter scegliere: questa eccedenza può essere chiamata destino, o chissà come. Qualcosa di misterioso che ci può condannare ma anche salvare». La grande complessità del romanzo «rispecchia la grande complessità del mondo. Voland contesta non tanto l’esistenza di Gesù, ma la semplificazione della realtà: pensare che le cose siano come crediamo che siano è limitante, riduttivo. Banalizzare tutto porta a non considerare ciò che è complesso. Il teatro è un ottimo linguaggio per indagare quel pezzetto di mistero che ci sfugge, è un’indagine su ciò che c’è al di là di ciò che vediamo. Una parte che può dannare, ma indagandola può metterci in discussione spingendo ad arricchirci, mostrandoci come il riflesso delle grandi forze del bene e del male agisce anche nel nostro quotidiano». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Malosso
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