07 agosto 2020

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12.07.2020

«Cannes,Venezia
e i Nastri d’Argento:
ho vinto la mia sfida»

Fumettista, illustratore, regista, sceneggiatore, Lorenzo Mattotti è Nastro Speciale d’Argento per «La famosa  invasione degli orsi in Sicilia»Il logo del Festival del Cinema di Venezia nel 2018 La locandina del film presentato al Festival di Cannes
Fumettista, illustratore, regista, sceneggiatore, Lorenzo Mattotti è Nastro Speciale d’Argento per «La famosa invasione degli orsi in Sicilia»Il logo del Festival del Cinema di Venezia nel 2018 La locandina del film presentato al Festival di Cannes

Dal Nastro d’Argento al verde della Toscana. Da un premio fra i più ambìti alla quiete tanto desiderata. «Qui posso disegnare in santa pace», dice l’artista che del disegno ha fatto la propria vita in tanti modi. Lorenzo Mattotti fumettista, illustratore, regista, sceneggiatore. Di successo, lontano dai riflettori. Il riconoscimento per «La famosa invasione degli orsi in Sicilia» gli è arrivato in diretta Rai con un collegamento audiovideo. Mattotti sta «sotto Pisa», trascorre giornate tranquille, si gode i consensi - numerosi, qualificati - ottenuti da un film d’animazione a tinte fiabesche ma dallo stile asciutto, nitido, senza tempo. La sensibilità buzzatiana restituita nella sua intelligenza, nella delicatezza. Con il suo film, suo nel senso che ne ha curato anche regìa e sceneggiatura (fra i doppiatori Toni Servillo e Antonio Albanese), Mattotti aveva già conquistato la ribalta del Festival di Cannes (per la selezione «Un certain regard»). Festival di cui ha disegnato il manifesto ufficiale in passato, come fa per la Mostra del cinema di Venezia «da tre anni ormai». Coordinate internazionali per l’autore nato a Brescia, residente a Parigi, approdato sulla copertina del New Yorker. Cosa deve leggere un bambino per crescere così? Io leggevo fumetti, per le immagini più che per le storie. Giornalini, giornaletti, dal Corriere dei Piccoli al Vittorioso, ovviamente Topolino. La mia paghetta se ne andava così. E quando giocavamo a carte, noi ragazzini, al posto dei soldi mettevamo sul piatto i nostri fumetti. Cittadino del mondo, bresciano di nascita. Sì, perché mio padre era ufficiale della Guardia di Finanza e ogni 4 anni veniva trasferito. Ho trascorso a Brescia i primi 5 anni di vita. Poi sono stato ad Ancona, a Parma, a Como e a Udine, dove mio padre si è fermato. È stato difficile, fare tante volte la valigia? Era strano. Ai tempi non c’era Internet, niente whatsapp: dicevi addio agli amici e voltavi pagina. Era traumatico. Arrivavamo in un’altra città, eravamo tre fratelli, ed era un’avventura scoprire nuovi usi, sentire un nuovo accento. Eravamo sempre gli stranieri, perché parlavamo com’eravamo abituati nella città che avevamo appena lasciato. Ci prendevano in giro. Cambiare spesso, vedere luoghi diversi: ha aiutato la sua creatività? Di certo si è acuita la capacità di osservazione, allenata dall’esplorazione di nuove realtà. Ho capito presto che le città non sono tutte uguali, soprattutto in Italia. Ti vaccini contro i campanilismi, noti le differenze ma guardi tutto con distacco, accettando le differenze. Ha scelto Parigi, dove è arrivato a fine anni ’90, si è fatto apprezzare per il suo tratto, ha realizzato manifesti per la promozione culturale. Non è male Parigi, no. Ho deciso di trasferirmi lì dopo aver salutato Udine, che è diventata la città dei miei fratelli. Sono legato a Mantova, che per me è come dire la casa dei nonni. Ho trascorso almeno un mese tutte le estati a Castelbelforte, nella Bassa. Mia madre cucinava mantovano. Brescia? Sono tornato alcune volte anche perché un mio caro amico, il disegnatore argentino Josè Muñoz, per un periodo ha vissuto a Brescia e l’andavo a trovare. Dopo l’università a Venezia, Architettura, sono andato a Milano perché volevo vivere disegnando. Muñoz e Sampayo erano i miei riferimenti. A Brescia trovavo la Galleria dell’Incisione di Chiara Fasser, dove ho esposto varie volte. E a Brescia ho avuto l’onore di collaborare attraverso le mie illustrazioni con la Festa internazionale del Circo contemporaneo, creatura di Gigi Cristoforetti. Come si diventa disegnatori? Io sono autodidatta, ma le scuole servono. Il talento sta nel capire la struttura del disegno, come c’è chi eccelle nel solfeggio perché ha l’orecchio assoluto. Il primo premio per il disegno l’ho preso all’asilo. Copiavo i personaggi dei fumetti. Il mio preferito era un disegnatore del Vittorioso, Lino Landolfi. Molto raffinato. Di lui ricordo Procopio, Don Chisciotte. Poi Uderzo per Asterix, Dino Battaglia e Hugo Pratt. Pubblicare è stato difficile? All’inizio nessuno mi voleva. Ho cominciato dall’underground, con Circus le copertine per l’editore Ottaviano. «Alice brum brum», su testi di Ostani, è stato la prima vera pubblicazione. La gavetta non mi è mancata: ho disegnato tutto il disegnabile, dalle caricature alle strisce, dalle riviste come Secondamano, perché dovevo mantenermi, a Linus, dove sono arrivato nel ’79/80. I suoi genitori cosa dicevano? Amavano che disegnassi. Mio padre mi disse «Vai pure a Milano, stacci un anno e vedi cosa riesci a fare». Mi dava una paghetta piccolissima, di sicurezza. Era un militare, molto spartano, uomo di legge, ma appassionato di arte. Dopo Linus, il Signor Spartaco e Fuochi mi sono dato anche alle illustrazioni di moda per Vanity Fair. A quel punto riuscivo a guadagnare decentemente. Nello stesso periodo ho cominciato a pubblicare in Francia. Allora ho capito di avercela fatta, anche se in questo lavoro non sei mai sicuro di nulla. Come illustratore e come autore ha vinto premi da Roma a San Diego. Dalle copertine sulle riviste è passato ai libri di fumetto. Dove c’è la mia poetica. La mia anima. L’esperienza più incredibile? Collaborare con Lou Reed, nel 2011, per «The Raven». Timido, sì, ma anche tosto, estremamente sensibile con salti emotivi forti. Un vero poeta contemporaneo. Il risultato del nostro incontro è molto potente. Ne sono fiero. Com’è arrivato al cinema? Il grande amore per il cinema è cresciuto lentamente. Grazie al lavoro di mio padre da ragazzo vedevo i film gratis, quando mi trasferivo con i miei fratelli invitavamo i compagni di classe per fare nuove amicizie. Ho sempre respirato il cinema, come i fumetti, ma mi pareva inarrivabile e il primo esperimento, organizzare un circolo cinematografico, era stato un fallimento totale. Come provare il primo cortometraggio. «Lascia perdere, devi fare i fumetti», mi dicevo. Poi arrivava un’altra occasione, una trasmissione, una sigla tv per la Rai, per la Guzzanti o per Jannacci. Ho conosciuto meglio il mezzo e il salto di qualità è stato «Eros». Ho avuto la fortuna di incontrare Michelangelo Antonioni poco prima che morisse, Steven Soderbergh e Wong Kar-wai, che diresse un episodio capolavoro e adorava il mio lavoro: siamo rimasti in contatto, mi ha chiesto dipinti. Dopo «Peur(s) du noir», mia prima regìa per 13 minuti in bianco e nero, una storia misteriosa molto buzzatiana, realizzando gli sfondi e i personaggi del «Pinocchio» di D’Alò ho imparato come si fa un lungometraggio. E l’ha fatto. Da Dino Buzzati ho preso l’ispirazione per rendere in immagini «La famosa invasione degli orsi in Sicilia». Grazie a una squadra straordinaria e dopo aver scritto la sceneggiatura per un pubblico giovane ho voluto seguire ogni fase della produzione minuto per minuto. La mia sfida era fare non un piccolo film d’autore, artigianale, ma una grande storia spettacolare per ragazzi. Una grossa scommessa, forse troppo ambiziosa considerati i mezzi che non sono quelli dei filmoni americani e giapponesi. Sfida vinta, a giudicare anche dal premio speciale ai Nastri d’Argento. Una vera gioia. Sì, da un certo pubblico il film è stato capito e tanto apprezzato. In molti purtroppo c’è ancora un pregiudizio: si ha paura che i bambini non capiscano, non si divertano con il cinema europeo che ha un’estetica differente rispetto alle classiche produzioni d’animazione. In Francia si producono tanti lungometraggi del genere, in Italia non c’è ancora una vera industria. Ma non bisogna demordere. Un approccio rock. Altra grande passione: a 10 anni amavo gli Who di «My generation». E poi Dylan, Animals e Them, il blues inglese, Fleetwood Mac e Wyatt, Peter Gabriel, la West Coast... I miei soldi andavano tutti per concerti, da giovane. Il film della vita? Risposta secca? «Amarcord» di Fellini. Mio padre lo adorava: parlava di pianura padana, della sua generazione. Fellini regista e disegnatore. Un caso? Non credo. Ora cosa sta facendo? Disegno in libertà. Sto ricominciando a dipingere. Cerco stimoli per un nuovo libro a fumetti. E preparo il prossimo manifesto del Festival di Venezia, per cui ho curato anche una sigla. Non rischio di annoiarmi.

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