26 agosto 2019

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02.07.2019

«Anatomia di un omicidio», fu scandalo

James Stewart e Lee Remick in «Anatomia di un omicidio»
James Stewart e Lee Remick in «Anatomia di un omicidio»

Complici i processi mediatici e il movimento Mee Too, oggi nessuno si scandalizza se si parla di violenza sessuale usando l’effettiva terminologia medico-legale. Le cose andarono assai diversamente sessant’anni fa, quando, il 2 luglio 1959, uscì nelle sale americane «Anatomia di un omicidio» di Otto Preminger, forse il miglior dramma giudiziario mai realizzato a Hollywood, ma che scatenò una polemica furibonda per aver osato utilizzare, all’interno di una pellicola destinata al grande pubblico (dove, beninteso, non si vede nulla di quanto viene raccontato), termini reputati all’epoca indecenti come «stupro», «mutandine», «contraccettivo», «penetrazione» e «sperma». Basato sull’omonimo romanzo di Robert Traver (pseudonimo di John Voelker, giudice della corte suprema del Michigan, che aveva deciso di raccontare in un libro un caso realmente capitatogli mentre era ancora un avvocato) e sceneggiato da Wendell Mayes, il film si innesta sul processo volto a stabilire se il tenente Frederick Manion (Ben Gazzara), reduce dalla guerra di Corea, abbia ucciso un barista in preda a un «raptus incontrollabile» oppure no. Sua moglie Laura (Lee Remick), che dichiara di essere stata violentata dalla vittima, affida la difesa all’avvocato Paul Biegler (James Stewart), ex procuratore caduto in disgrazia e destinato a scontrarsi con l’elegante mastino dell’accusa Claude Dancer (George C. Scott). Ciascuno dei contendenti gioca ogni carta a disposizione, ma il finale sarà amaro. Serrato e avvincente (nonostante duri più di due ore e mezza), «Anatomia di un omicidio» continua a rappresentare una delle analisi più acute sul sistema giudiziario statunitense, dove nessuno si mostra mai per quello che è veramente e il tribunale finisce per trasformarsi in uno show fra avvocati istrioni, dove non conta tanto la giustizia quanto la vittoria e la capacità di influenzare a proprio vantaggio il banco della giuria, a colpi di testimoni, prove e controinterrogatori. A impreziosire la pellicola due ospiti d’eccezione: il musicista Duke Ellington e Joseph N. Welch, l’avvocato che, durante l’inchiesta avviata da Joseph McCarthy contro i vertici dell’esercito, aveva zittito il senatore chiedendogli: «Lei non possiede un senso della decenza, signore?» Il primo, autore anche della colonna sonora, appare intento a suonare il piano con Stewart, mentre il secondo interpreta il bonario giudice Weaver. •

Angela Bosetto
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