27 ottobre 2020

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27.09.2020

«Dal jazz a Mina: suonare è libertà Il sogno? Sting»

Nato il 21 novembre 1957, napoletano di nascita e bresciano d’adozione, Alfredo Golino è uno dei batteristi italiani più apprezzati da decenniUno scatto con Mina: «L’artista è immensa, la persona perfino di più»Alfredo Golino posa per il fotografo nel suo habitat naturale
Nato il 21 novembre 1957, napoletano di nascita e bresciano d’adozione, Alfredo Golino è uno dei batteristi italiani più apprezzati da decenniUno scatto con Mina: «L’artista è immensa, la persona perfino di più»Alfredo Golino posa per il fotografo nel suo habitat naturale

Alfredo, il Principe. «Taciturno, quasi ombroso. Con una voce ammaliante, rotta, come piace a me. Una voce che si sente pochissimo perché lui è un uomo, mi verrebbe da dire un ragazzo, di poche parole. Ha lo sguardo e la postura di chi è conscio della propria potenza. Se lo osservi bene suggerisce attenzione, come quando sei di fronte ad una bomba che sta per scoppiare. Il controllo è la sua peculiarità e anche un suo prezioso strumento di lavoro, in questo mondo di fuoriditesta della musica “bassa”. Si aggira silenzioso per la sala e, mentre gli altri fingono interesse, lui sembra essere altrove. Poi si siede alla batteria e non ce n’è più per nessuno. Grazie, Principe, per tutte le volte che hai attraversato e attraverserai la mia lunga strada. È un onore». Così è Alfredo Golino nelle parole di Mina: amica sua, e di sua moglie Giulia Fasolino, per la musica e nella vita. Un feeling che è sfociato nella sua partecipazione a «Just Play Life», disco solista di Golino risalente a 6 anni fa in cui la Tigre ha interpretato il brano di chiusura. E quando si presta lei, c’è sempre un buon motivo: Lo stesso che emerge dal curriculum di un batterista italiano universalmente stimato, capace di spaziare da Vasco Rossi a Renato Zero, da Pino Daniele a Eros Ramazzotti passando per Gianni Morandi e Franco Battiato, Ornella Vanoni e Riccardo Cocciante ma anche Joe Cocker e Tina Turner, Dizzy Gillespie e Gerry Mulligan, Franco e Stefano Cerri, Armando Trovajoli e Gorni Kramer... Big nazionali e internazionali, jazzisti e direttori d’orchestra. Tutto quello che un musicista può sognare. «Io questo volevo, da sempre: ho iniziato a suonare che ero davvero piccino», ricorda il batterista napoletano di nascita, bresciano adottivo e figlio d’arte. Il suo primo insegnante è stato suo padre Antonio, a sua volta grande musicista, didatta e jazzista. Ha vissuto un’infanzia da bambino-prodigio? Il rischio c’era, perché così ero considerato. È stato bravo mio padre a preservarmi, a centellinarmi perché il mondo dei bambini-prodigio è crudele, pochi escono bene da quella che per forze di cose è una parentesi lontana dal mondo reale. Molti non riescono a diventare musicisti. L’insegnamento più grande di suo padre? La disciplina: questo mestiere ne richiede tanta. Mi ha insegnato a non confondere il talento con la passione e a rispettare la musica. Mio padre era un precursore e da lui ho capito cos’è vivere da musicista: studiare, assimilare, ogni giorno. Cosa ascoltava, nell’età in cui tutto si assorbe? Ho respirato classica e jazz, l’influenza paterna era quella. Fino all’adolescenza non ho ascoltato rock. Quando ho conosciuto Giulia ho scoperto cose mai sentite prima. Ho fatto un percorso un po’ al contrario. Il passaggio dalla musica alta a quella più leggera è stato difficile? Non traumatico. Sono partito da Michael Jackson, Chaka Khan: meraviglie. Così è diventato il Principe dei batteristi pop in Italia. Suonando in dischi che prima non avrei ascoltato. Paradossale, vero? Neanche tanto, anche perché ha continuato a lavorare in tanti àmbiti diversi. Perché io lavoro da quando ho 14 anni e la musica è un linguaggio unico. Se si capisce il senso, tutto è riconducibile alla sua essenza. Il suo modello? Sono cresciuto ammirando Buddy Rich, Max Roach, Elvin Jones. Poi Billy Cobham, Vinnie Colaiuta che cominciò con Frank Zappa. Cito poi i musicisti capaci di creare un loro mondo come i Police, che hanno inventato un mix inedito di rock, pop e reggae. Ha radici napoletane, ma ha suonato di tutto e ovunque. Ho avuto team milanesi e bolognesi, in Italia e all’estero. Napoli per chi fa musica però è speciale: è davvero mille colori, da città di mare ha visto passare americani, arabi e turchi, il suo linguaggio nel tempo ha assorbito culture diverse e lo slang napoletano ricorda pure un po’ l’americano. Com’è stato suonare alla base Nato? Bellissimo, con musicisti del calibro di Burt Bacharach e Tom Jones. Gente di spessore, perché senza quello non duri nel tempo. Da Napoli a Roma, richiesto da un gigante come Trovajoli. Com’è successo? Musicista pazzesco, sì. Io lavoravo in una trasmissione famosa che si registrava all’Auditorium di Napoli, «Senza rete». Un anno, accompagnato dal suo assistente Renato Serio, arriva Trovajoli. Introverso, molto severo. Credo di aver sentito la sua voce 2 volte. Io ero minorenne e al lavoro mi accompagnava mio padre. Un giorno vede Trovajoli al bar: «Andiamo a salutare il maestro». Io non voglio, sono terrorizzato. «Volevo ringraziarla», gli dice. Il maestro mi dà la mano e adesso mi parla: «Vuoi venire a lavorare a Roma?», mi chiede. «Magari», rispondo. «Ti chiamerò». Promessa mantenuta. Mi ha chiamato un mese dopo, per le sue produzioni Rai. In quel contesto, peraltro, ha ripreso a non comunicare. Evidentemente era la sua modalità. Nel 1980 ha vinto il concorso per entrare a far parte dell’orchestra Rai di Milano e si è trasferito al Nord. Com’è arrivato a Brescia? Io sono spesso via a suonare, ma quando sto a casa cerco tranquillità e Brescia è più a misura d’uomo di Milano, ha luoghi più belli. Con Giulia qui ho trovato la mia dimensione. Insieme a lei, a suo fratello Matteo, Charlie Cinelli e Gogo Ghidelli nel ’90 ho formato i Giulia Combo, un gruppo che in due anni si è tolto soddisfazioni. Lei se le è prese anche nei tour internazionali con formazioni jazz e fusion. Nelle sponsorizzazioni a livello mondiale con i maggiori costruttori dell’industria di strumenti. Nel progetto Cambiomusica fondato con sua moglie, scuola ed edizione musicale insieme. Abbiamo tenuto botta nel tempo, siamo stati fortunati ed eccoci qua: abbiamo costruito qualcosa. Cosa le ha trasmesso Giulia, in particolare? La sensibilità nell’ascolto. L’attenzione per generi che avrei trascurato. Ha ampliato i miei orizzonti. Le collaborazioni che ricorda più volentieri? Ho imparato a non giudicare mai gli artisti, so che il nostro lavoro è molto complicato. Chi fa pop non è meno musicista. Con Pino Daniele mi sono divertito. Renato Zero ti prosciuga, ma riesci a stabilire un’intesa. E naturalmente Mina è eccezionale. Con lei io e Giulia abbiamo un grandissimo rapporto che va al di là del lavoro. Ho suonato in tanti suoi dischi, lavorando anche come editore e arrangiatore, ed è nata una splendida collaborazione con suo figlio Massimiliano Pani. Con la supervisione proprio di Pani, insieme a Danilo Rea e Massimo Moriconi ha dato anche vita a un trio che rende omaggio a Mina in forma jazz. Non sto a parlare della grandezza della cantante, immensa. Ma la persona quasi supera l’artista. Non è facile stare al suo fianco, sa cosa vuole, è molto esigente. La sua generosità d’animo però è semplicemente straordinaria. Qual è la maggiore qualità di un grande batterista? Non deve suonare per sé, ma mettersi al servizio della musica. Col tempo tutti hanno capito che Ringo Starr è un fuoriclasse: non è esplosivo ma è un caposcuola, un innovatore. Il tempo è galantuomo. A proposito di tempo: ce n’è uno che preferisce? Pari, dispari: non faccio differenze. A me interessa elaborare, personalizzare piccole parti di quello che suono. Ha vinto tanti premi, anche un Grammy nel 2001 per la partecipazione a un disco di Alejandro Sanz. Il suo sogno? Quando suono sono felice, mi sento libero. Amo la cucina, il tennis, il calcio, so staccare la spina e a volte resto a lungo senza ascoltare niente. Ma la musica è vita. In questa fase sto facendo cose mie più di prima, dischi miei, video miei. Sono amico di Pino Palladino e allora dico che il mio sogno è suonare insieme a Sting. Magari con la produzione di Quincy Jones... Non sarebbe male, no?

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