21 ottobre 2020

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02.09.2020 Tags: Musica

Daniele Silvestri:
«La cosa giusta?
Suonare a Brescia»

Un mese e mezzo fa sul palco del Castello Scaligero all’inizio de «La cosa giusta tour» FOTO BRENZONIQuattro estati fa in concerto in piazza Loggia AGENZIA FOTOLIVE
Un mese e mezzo fa sul palco del Castello Scaligero all’inizio de «La cosa giusta tour» FOTO BRENZONIQuattro estati fa in concerto in piazza Loggia AGENZIA FOTOLIVE

È sempre stato un passo avanti, Daniele Silvestri. Da quando lanciava un capolavoro di eclettismo come «Il dado» e pronti-via già aveva una Targa Tenco in bacheca al trio di successo con Niccolò Fabi e Max Gazzè. Lo è anche adesso che va concludendo «La cosa giusta tour», un’impresa che suscitava «voglia e paura, entusiasmo e tensione»; a conti fatti, una cavalcata trionfale che approderà sabato in piazza Duomo per Brescia Summer Music, all’indomani del concerto di Francesco Gabbani (organizza Cipiesse, alle 21, posto a sedere non numerato 35 euro). Se dovesse definire questo tour post-Covid 19? Miracoloso. Non davo per scontato nemmeno di arrivare in fondo, invece è stato un tour vero: lo dicono i numeri, la reazione del pubblico. Il bilancio è super positivo. L’emozione condivisa da tutti è forte e si avverte in ogni data. L’energia su e giù dal palco è anche più di prima. Beppe Carletti, che pochi giorni fa si è esibito con i Nomadi a Iseo, dice di sentire molto la responsabilità di poter dare lavoro a tante persone con un tour. Anche lei? Enormemente. Era un tema anche nei periodi più bui del lockdown, quando sono nati dei tavoli che nella nostra categoria mancavano da decine d’anni. Mi sento in debito con persone dalle competenze eccezionali e così poco tutelate. Da qui l’idea di scrivere una canzone per raccogliere fondi tramite Spotify. Obiettivo del tour era far lavorare tutti, non lasciare a casa nessuno, mettere fieno in cascina perché in autunno e in inverno difficilmente potrà scattare un piano B come questa estate miracolosa. Tanti fan bresciani l’aspettano. Un pubblico che mi dimostra affetto da tempo immemore, e già questo basterebbe come motivazione. Ma io volevo fortemente una data lombarda: senza fare gli eroi o i buonisti, mi pareva fondamentale suonare in una terra profondamente colpita dalla pandemia. Ho spinto in questa direzione e sono felice che la mia speranza sia andata in porto. Non saremo in piazza Loggia e sarebbe stato ancora più significativo, ricordando la storia, ma anche piazza Duomo va benissimo. Ci hanno suonato anche grandi classici come Bob Dylan e Neil Young. Nella sua musica tradizione e sperimentazione convivono: da «L’uomo col megafono» ad «Argento vivo» passando per «Salirò» ha sfruttato anche la vetrina sanremese con pezzi d’impatto ben poco sanremesi. Tornerebbe al Festival? A metà anni ’90 pensarmi a Sanremo era improbabile: quando andai dissi che sarebbe stata la prima e ultima volta. Errore di gioventù. Invece devo parecchio al Festival. Ritornerò solo se avrò di nuovo l’urgenza di raccontare qualcosa in quei famosi 4 minuti. A Sanremo ha sdoganato un talento come Rancore. Chi la convince adesso fra i giovani? Fulminacci mi è stato accostato spesso, ma vive di luce propria: amo la libertà con cui scrive. E fra indie e hip-hop, mi piace un sacco il bresciano Frah Quintale. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gian Paolo Laffranchi
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