12 luglio 2020

Spettacoli

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24.05.2020

«Il mio sogno? Un film che smuova le nostre coscienze»

Da «Roberto Succo» a «Into the night», la carriera dell’attore lanciato da Cédric Kahn si è sviluppata fra Italia, Francia e GermaniaStefano Cassetti è nato a Brescia il 4 settembre 1974
Da «Roberto Succo» a «Into the night», la carriera dell’attore lanciato da Cédric Kahn si è sviluppata fra Italia, Francia e GermaniaStefano Cassetti è nato a Brescia il 4 settembre 1974

Il più internazionale degli attori bresciani, perché no? Nato a Brescia, ha iniziato a recitare a Parigi, adesso è il volto di una serie belga su Netflix: Stefano Cassetti può candidarsi al ruolo. «Sì, mi ritrovo nella definizione anche se è avvenuto un po’ giocoforza - dice l’interprete di Into The Night -: ho cominciato a recitare all’estero perché mi è capitato lì. È stato un caso». Erasmus in Francia, Cedric Kahn che la nota e il gioco è fatto: protagonista del film «Roberto Succo», porte spalancate per una carriera cinematografica partendo dal Festival di Cannes. Il destino? Mi sono trovato al posto giusto al momento giusto. Ringrazio Cédric, che vedo ancora oggi ed è una fortuna. La fortuna, del resto, ha una parte predominante nelle situazioni della vita. Nel 2002 era già in nomination ai Césars, come «migliore promessa maschile»; altro caso? Mia zia e alcuni amici mi avevano detto, in tempi non sospetti, che avevo un piglio particolare da attore, ma non avrei mai pensato di farlo fino a quando non me l’hanno proposto. Non avevo pianificato nulla, è stato tutto fortuito. Chiaramente, all’inizio non mi rendevo conto di quale buona sorte mi fosse toccata: l’ho capito dopo, tanti anni dopo, che quello che mi era successo era il sogno di tanti attori bravissimi che non sono stati altrettanto fortunati. Nei primi 10 anni di carriera io ho potuto lavorare sull’onda del primo film, che era andato bene. Nel 2020 compie vent’anni di carriera: si riconosce qualche merito? Sono saltato su questa opportunità con tutta la mia forza, mettendoci naturalmente del mio. Tanti attori dopo il primo film non fanno nulla. Non mi stanco di imparare, affronto ogni problema da un punto di vista analitico. Ho appreso qualcosa da ogni film e sono ancora interessatissimo a imparare. «Into the night» è stata una novità, sul piano della metodologia. Una produzione europea promossa da soldi e teste americane. Quali sono le differenze di metodo fra Europa e Stati Uniti? Non è il primo progetto americano a cui partecipo. Lo showrunner in America si aspetta che un attore si presenti sul set con proposte sue, mentre in una serie italiana o francese questa aspettativa è inferiore e si tratta più che altro di mettere in pratica le idee del regista. Io cerco di lavorare bene in entrambi i contesti. Il nostro lavoro è anche adattarsi. Lei interpreta Terenzio Gallo, un militare della Nato che dirotta un volo di linea Bruxelles-Mosca verso Ovest. È armato, minaccia i passeggeri per salvarli e salvarsi. Isolamento, convivenza forzata: temi di forte attualità, quelli di «Into the night». Abbiamo girato la serie nell’estate del 2019, quando di Coronavirus si sapeva nulla e nessuno poteva immaginare una simile pandemia. È voluta l’analogia fra l’aereo abitato da persone di diverse nazionalità e l’Europa. Bruxelles è stata scelta come punto di partenza in quanto simbolo dell’integrazione continentale, tra forze aggregative e disgregative. Poi è arrivato il Covid-19 e al parallelismo con la realtà si è aggiunto l’isolamento. Una lotta per la sopravvivenza in coincidenza con un’emergenza assolutamente imprevedibile. Come non si poteva prevedere il conseguente, repentino aumento degli abbonati di Netflix. Ad aprile ci siamo chiesti se fosse opportuno far uscire una serie così apocalittica in un momento del genere. Perché? Di solito la gente ama ciò in cui si identifica. Pensavamo che il pubblico non fosse pronto, che magari preferisse qualcosa di più leggero. Netflix ha scartabellato i dati mondiali dei film in streaming e si è resa conto che la richiesta di quelli apocalittici era triplicata. Stavamo per fermare tutto. Meglio così. Dai messaggi che ricevo questa forma di intrattenimento sta ottenendo consensi. La serie è sceneggiata da Jason George, lo showrunner di «Scandal», «Nashville» e «Narcos». È questo genere, un po’ stile «Homeland», il suo d’elezione? Io ho sempre amato i film impegnati, francesi e iraniani. Le opere di registi come Kiarostami, ma mi hanno sempre affascinato anche i film apocalittici fatti bene. E trovo straordinari «FlashForward» e «Narcos». Jason viene dal giornalismo, lavorava in Medio Oriente. Conosce a fondo i problemi del terrorismo. Nel suo bagaglio ci sono culture e lingue diverse. Lei quante ne parla adesso? Quattro: all’italiano aggiungo inglese e francese, ma capisco anche il tedesco. Non posso ancora improvvisare, ma ho imparato la pronuncia. Francia, Germania, Italia: dove si sente a casa? Amo definirmi europeo. Mi riconosco nel cinema francese. Ma sicuramente le mie radici sono a Brescia. Ho imparato che per poter viaggiare serve un punto da cui partire. Se non ce l’hai, anche il viaggio cambia. A 20-22 anni mi sono sbrigato a costruirmi casa per poi abbandonarla subito, ma casa mia in senso lato rimane Brescia. Il lago di Garda. Se dovesse scegliere un posto nel mondo? Amo Tignale. Cima Rest. Neanche Napoleone è mai arrivato lassù. Un luogo preservato dalla geografia. Da bresciano spesso lontano, cosa pensa della candidatura congiunta di Brescia e Bergamo come capitale della cultura nel 2023? È un’ottima idea. Un modo intelligente di uscire da un periodo tanto cupo. Siamo un popolo poco avvezzo all’arte, per un retaggio anni ’60/70 che ci voleva attorniati, sovrastati dal lavoro come unica fonte di reddito e ispirazione. In giro per il mondo non ho mai trovato un popolo così tutt’uno con il lavoro. Parlo delle valli bresciane. Mi fa piacere che adesso Brescia scopra nuovi aspetti di se stessa. Bello farsi del bene attraverso l’arte. Il liceo scientifico a Brescia, la laurea in disegno industriale alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, cultore della materia e insegnante di ruolo. La strada sembrava spianata in un’altra direzione. Studi che comunque mi sono serviti tanto. I più importanti sono stati gli anni del Calini. Mi hanno formato la testa. Ho fatto tanta matematica con due professoresse molto amate, tra virgolette: è stata dura, ma lo scientifico ha avuto una grossa parte nel rafforzare il rigore, l’abitudine di affrontare ogni problema sul piano analitico. Il disegno industriale mi affascinava e affascina ancora: se domani mi dicessero «Non fai più l’attore, torni a fare il designer», lo farei senza problemi. Cosa la rilassa? Dopo lunghi mesi di riprese, sempre a contatto con le parole, fare lavori manuali mi aiuta. Ho bisogno di un contatto con le cose. Il design resta una passione grande, come l’arte contemporanea. Harrison Ford si dà alla falegnameria nel tempo libero. Posso capire: dopo aver convissuto mesi con i sentimenti spinti al massimo nella recitazione, non vuoi avere a che fare con quella sfera. Ha interpretato il suo unico ruolo leggero nella commedia bollywoodiana «L’incredibile viaggio del Fakiro, del 2017. Le viene facile rendere l’ambivalenza dei personaggi che solitamente interpreta? Abbiamo tutti una parte buona e una cattiva. Si tratta di mescolarle. Da giovane ho fatto stupidate, invecchiando sono diventato più saggio: normale. Il cattivone non esiste, nella realtà ci sono sempre sfumature di grigio. Colleziona scooter vintage. Altri hobby? Gioco sempre a beach volley. E sono un windsurfista. La mia valvola di sfogo. Cosa sogna? Da 8 anni sto scrivendo un film che spero possa smuovere le coscienze intorno a una tematica sociologico-ambientale. È una commedia, si intitolerà «L’accumulazione» e vuole far aprire gli occhi e un dibattito su come usiamo il nostro tempo, sul nostro rapporto con le cose che deve cambiare. Era già chiaro prima del Coronavirus. Adesso, ancora di più.

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