29 marzo 2020

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16.02.2020

«Il razzismo esiste Un’azione culturale è l’unica risposta»

Espérance Hakuzwimana Ripanti dopo Sociologia a Trento e la Scuola Holden si è raccontata in un libro e ha un programma a Radio Beckwith
Espérance Hakuzwimana Ripanti dopo Sociologia a Trento e la Scuola Holden si è raccontata in un libro e ha un programma a Radio Beckwith

Africa, Europa. Ruanda, Italia. Il mondo di Espérance Hakuzwimana Ripanti non ha confini ma domande, che per trovare risposte diventano libri. «Io scrivo per essere utile, per far riflettere anche una singola persona: mai pensato di diventare guru, ho cominciato da piccola per non sentirmi sola e se posso far sentire meno solo qualcun altro... sono felice». Più di qualcuno, ha letto la sua storia. «E poi basta. Manifesto di una donna nera» ha acceso i riflettori su una vicenda che per tanta parte si è sviluppata nel Bresciano, dove Espérance è arrivata con altri 40 bambini dall’orfanotrofio gestito da italiani in Ruanda in cui suo padre l’aveva portata quando aveva un anno. Sua madre era già stata vittima dell’Aids. «Siamo arrivati a Castenedolo, hanno trasformato un asilo in un centro di accoglienza e c’è stata una mobilitazione di volontari che ha coinvolto quasi tremila persone. Ci hanno aiutato». Scampata al genocidio, Espérance è stata adottata. È cresciuta a Flero pensando che entrambi i genitori naturali fossero morti. E «non è facile vivere in un contesto in cui la tua storia è sempre l’eccezione dell’eccezione». Si soccombe o si diventa forti. «È da tutta la vita che sono una persona nera. Non l’ho scelto ma so benissimo cosa vuol dire. Spesso però sono gli altri a non saperlo, a dimenticarlo. Sono nera, italiana, donna, e scrivo». La rivoluzione si fa con i libri? La salvezza dall’ignoranza sta lì? È una visione forse fantasiosa, bella, idilliaca. L’altro giorno leggevo una dichiarazione di James Baldwin: «Io so che le mie parole non cambieranno il mondo, fra 10 anni dovrò ancora lottare con le discriminazioni». Ma scrivere è il modo di cambiare il mondo anche di una persona sola. L’ho capito in questi anni, scrivendo. Ha sempre scritto? Prima ho letto tanto. Poi ho scritto per conto mio. Infine mi sono fatta leggere da altri. Come ha cominciato? Mi tenevo compagnia scrivendo filastrocche, storie. È un’esigenza, scrivere ciò che mi gira in testa e in pancia e non riesco a interiorizzare. Una vittoria inaspettata, quando la mia urgenza si è incontrata con l’interesse di una casa editrice. La prima immagine che le torna in mente legata ai libri? Vedo mia madre adottiva che me li regala e li mette sotto il cuscino. Ma la svolta è stata in seconda media. Un docente di italiano ha letto in classe una poesia di Montale: sono rimasta folgorata, ho collegato quell’emozione alla potenza delle parole. Ho cercare di recuperare il maggior numero possibile di libri perché mi piace emozionarmi. Sentirmi trafitta da quella sensazione. Perché ha lasciato la sua città? È successo nel 2010. Volevo andarmene, il contesto in cui ero cresciuta non era in grado di darmi quello che cercavo. Allora ho provato altrove. Dopo essersi raccontata in televisione all’Assedio di Daria Bignardi, è stata di recente a Brescia per un incontro alla Latteria Molloy. Che impressione ha ricavato dal suo ritorno? Ho visto che un cambiamento è in atto. Ci sono tante iniziative in ambito artistico, letterario. Un risveglio che mi rende felicissima. Fondamentali i corsi di teatro alle scuole superiori. Lei ha fatto il Lunardi. Sì. Avrei preferito il liceo classico. Ma se non avessi fatto il Lunardi non mi sarei innamorata di Zola, di tanta letteratura francese. Avevo la scrittura dentro di me e non avevo alternative: se mi fossi allontanata dalla mia attitudine sarei stata triste, contro natura. È così semplice la felicità, se scrivo ce l’ho a un passo. Ha scritto che l’uguaglianza si fonda sulla diversità. Nel Brescia gioca Mario Balotelli: uguale ai compagni con cui ha giocato in Nazionale, diverso per gli insulti che riceve negli stadi. Quando sono arrivata in Italia nel 1994 era come se fossi in una campana di vetro, coccolata e amata. Adesso la reazione a uno sbarco di bambini scampati a un genocidio sarebbe differente. Io da bambina ero senza malizia, non avevo il codice dell’odio. La capacità di capire certi sguardi l’ho affinata col tempo, certi episodi li ho rielaborati scrivendo tanti anni dopo. La cattiveria purtroppo si impara. A 7 anni non mi rendevo conto, ero convinta di vivere una realtà bella, non riconoscevo il razzismo e per questo ho subìto comportamenti che adesso saprei prendere per quello che sono. Tiene spesso laboratori nelle scuole: come sono i ragazzi oggi? Hanno meno filtri, per fortuna. Ma alle medie scoprono il concetto di cittadinanza, che ha l’effetto di una separazione sociale oltre che emotiva. Staccandosi dalle famiglie che li proteggono, esplorando il mondo vero, i ragazzi si disilludono: è falso che siamo tutti uguali. Falso! La burocrazia cancella questa possibilità. Chi deve andare in Questura, avere a che fare con gli assistenti sociali, veder rimesso tutto il suo mondo continuamente in discussione, è svantaggiato e ha paura. È lo Stato a impedire una vera uguaglianza. Ma i ragazzi di oggi sono quelli che potranno cambiare le cose cambiando le leggi. Si è sempre detto così. Ma io dico alt: perché loro e non noi? Pensiamoci noi. Per esempio, a equiparare i titoli studio provenienti dall’estero. Vorrebbe fare politica? No: io scrivo. Per questo sono scappata dalla provincia. A Torino, per frequentare la Scuola Holden. Scelta decisiva? Assolutamente. Ottobre 2015. Con me avevo 4 scatoloni, 1 di vestiti e 3 di libri. Dopo aver letto per anni sotto le coperte, non dovevo più nascondermi. Com’è stato l’impatto con la nuova città? Torino non è più né meno razzista di Brescia. Il problema sono le persone, gli italiani e mi ci metto dentro perché sono italiana anch’io: dipende sempre da chi incontri. Servirebbe un’azione culturale a partire dalle scuole inferiori? Certo. A cominciare dalle parole, perché non bisogna avere paura di dare un nome alle cose. Io non ho paura a dire che l’Italia è razzista. Il mio è ottimismo culturale: sono nera, sì, ma. La complessità non è un male, c’è bisogno di complessità. Che importanza ha avuto la musica nella sua vita? Da fan dei Negramaro, nel periodo in cui l’adsl in camera era un sogno, attraverso msn e forum vari ho conosciuto tante persone in tutta Italia. E sono andata a incontrarle, nonostante il terrore dei miei. Social prima dei social. A 16 anni andavo a Venezia a conoscere gente nuova. Uscire dal paesino il mio romanzo di formazione. In questo romanzo ha trovato posto anche la recitazione? Un capitolo importante: il mio gruppo di teatro, collegato all’oratorio San Carlo, si ritrovava in via Milano, fra il 2008 e il 2011. Non è stato solo fare prove e spettacoli, è stata una crescita che mi ha fatto capire quale strada stesse prendendo la mia identità. Come procede la lavorazione al prossimo libro? Finalmente sta prendendo corpo il progetto iniziale. Io sono conosciuta più come attivista, ma sono una scrittrice e soffro la mancanza di tempo per scrivere. Ho in cantiere una storia per ragazzi. Cosa legge? Ho un programma in radio in cui parlo di libri. Sono fan sfegatata di Benni e Ammanniti. Sto scoprendo Elena Ferrante, Ta-Nehisi. Leggo tanto. Sempre.

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