29 novembre 2020

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29.10.2020 Tags: musica

La fantastica macchina per canzoni dei Gorillaz

Robert Smith dei Cure apre le danze squarciando il sipario sul cuore più oscuro degli ‘80. Più in là Peter Hook, il leggendario bassman di Joy Division e New Order, sembra quasi fargli eco in una traccia in odor di post-punk. C’è anche Beck che sfodera il suo leggendario senso del groove in «The Valley of the Pagans», mentre Elton John non è mai sembrato così melodrammatico e decadente come in «The Pink Panthom». E che dire dell’irresistibile charme da rock-goddess di sua maestà St. Vincent in «Chalk Tablet Towers»? Questa nuova «Song Machine» tiene fede alla mission dei Gorillaz: essere contenitore di suoni, idee, suggestioni, incontri. La regia di Damon Albarn getta un’ombra trasversale di malinconia indefinita su una collezione che addirittura migliora verso la fine, quando i feat si fan meno clamorosi: «Desolè» con Fatoumata Diawara è uno spicchio afro-pop da far girare la testa, mentre col suo mezzo tiro punk «Momentary Bliss» non sarebbe spiaciuta ai Blur. (Warner)

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