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11.12.2018 Tags: Cinema

«Le relazioni pericolose» compie 30 anni

Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer
Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer

Il romanzo settecentesco di Pierre Ambroise-François Choderlos de Laclos «Le relazioni pericolose» ha avuto ben sette adattamenti cinematografici (tre ufficiali, due liberi, uno ambientato nella Corea del 18° secolo e uno nella Shanghai del 1931), ma il più celebre resta quello firmato da Stephen Frears e presentata a Los Angeles l’11 dicembre 1988. Il merito va tanto a coloro che si sono occupati della trasposizione letteraria e artistica (infatti l’Oscar andò sia alla sceneggiatura del drammaturgo Christopher Hampton, già autore nel 1985 della versione teatrale de «Le relazioni pericolose», sia alle lussuose scenografie di Stuart Craig e Gérard James e ai magnifici costumi di James Acheson) quanto al cast, che schiera tre protagonisti formidabili. Glenn Close (giustamente candidata alla statuetta) è la Marchesa de Merteuil, viziosa manipolatrice e vendicativa burattinaia dell’alta società parigina, la quale sfida il Visconte di Valmont a rubare la verginità dell’ingenua Cécile de Volanges, «colpevole» di essere stata promessa in sposa al facoltoso ex amante della nobildonna. Giudicando il compito troppo facile, il cinico libertino (incarnato con suadente perfidia da John Malkovich) alza la posta: oltre a conquistare la fanciulla, trasformerà in adultera Madame de Tourvel (Michelle Pfeiffer, nominata a sua volta all’Oscar), nota per la fedeltà al marito. L’impresa riesce, ma la Marchesa, quando scopre che Cécile è innamorata del giovane musicista Danceny e che la virtuosa signora ha fatto breccia nel cuore di Valmont, seduce lo sprovveduto ragazzo e spinge il visconte ad abbandonare la Tourvel. Finirà in tragedia. Al superbo trio principale vanno aggiunti i due attori scelti per le parti di Cécile e Danceny, sconosciuti nel 1988 (lui aveva ventiquattro anni, lei appena diciotto) e oggi superstar: Uma Thurman e Keanu Reeves. Galeotto fu invece il set per la Pfeiffer e Malkovich, la cui relazione però sopravvisse di poco alla fine delle riprese. «Con la sua affascinante analisi sulla lussuria, il tradimento e i sensi di colpa» ha scritto Joanna Berry, «Frears ci conduce nei boudoir e nei salotti della facoltosa aristocrazia, che grondano eleganza e crudeltà.» Eppure basta andare oltre la sontuosa confezione d’epoca e applicare gli equilibri della guerra dei sessi di allora a quelli odierni per comprendere quanto il risultato rimanga di modernità spiazzante. •

Angela Bosetto
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