22 maggio 2019

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18.04.2019

Cisco: «Il mio album di frontiera per dire no ai muri»

Stefano «Cisco» Bellotti
Stefano «Cisco» Bellotti

ROMA «In un momento in cui si parla di porti chiusi e di muri alzati, di divisioni, io, da sempre fuori posto e fuori tempo, pubblico un album di frontiera, un disco che racconta l’attualità ma che allo stesso tempo sa di vintage». Stefano «Cisco» Bellotti parla così del suo nuovo lavoro dal titolo «Indiani e Cowboy» («metafora dei buoni e dei cattivi... ma poi chi sono davvero i buoni e chi i cattivi? Per questo in copertina si abbracciano»), che vanta la produzione artistica di Rick del Castillio ed è stato realizzato e pubblicato anche grazie a una campagna di crowfunding. Dieci canzoni, scritte e suonate tra l’Emilia e il Texas, che non rinunciano all’inconfondibile stile folk rock dell’ex Modena City Ramblers e che «non vogliono essere politiche» ma risultano comunque profondamente intrise di politica in un mondo sempre più diviso in Indiani, che tentano di sopravvivere e in Cowboy che continuano a non capire. Tra le storie che si rincorrono c’è quella del sindacalista Guido Rossa ucciso dalle Brigate Rosse («una storia scomoda da ricordare, fu bollato come infame e traditore per aver denunciato un brigatista tra gli operai, ma il suo fu un grande gesto culturale»), c’è Don Gallo («era un amico e la sua mancanza si sente, oggi lui avrebbe la forza di mettere al loro posto certe persone»). A fare da contraltare, i brani Adda venì Baffone e Lo sceriffo, «simboli di un’Italia che ha sempre cercato salvezza nell’uomo forte e che anche ora, attuale come non mai, è pronta ad armarsi nel nome della paura dell’altro». Non fa nomi, Bellotti, «non c’è bisogno», ma i destinatari delle suo J’accuse sono i Salvini, i Trump, e prima di loro, i Renzi e i Berlusconi di tutto il mondo approdati al potere grazie a promesse fatte alla pancia della gente. •

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