24 aprile 2019

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17.03.2019

«Da Paganini a Donizetti: ecco le mie scoperte»

Gabriele Zanetti. Nato a Iseo il 16 ottobre del 1986, musicista e scrittore, ha uno studio di registrazione ROSSELLA GIACOMELLI
Gabriele Zanetti. Nato a Iseo il 16 ottobre del 1986, musicista e scrittore, ha uno studio di registrazione ROSSELLA GIACOMELLI

I progetti non si contano, le collaborazioni nemmeno, i concerti spaziano dall’Italia all’estero. «Sono solo un operaio della musica», si schermisce con l’umiltà di quelli che fanno, prima di parlare. È difficile contenere in una definizione, in poche parole, la mole di lavoro che Gabriele Zanetti sta portando avanti. Trentadue anni, una vocazione simbiotica per la chitarra e un curriculum lungo da qui a Parigi, in Francia è andato per dare nuova sostanza alla sua attività di ricercatore: dopo aver riscoperto Paganini a Genova, si è ripetuto con Donizetti nella città della Senna. «La ricerca mi ha sempre appassionato - racconta -. Ho curato l’edizione moderna di diversi lavori inediti di Rossini e Margola come di Ponce e Bortolazzi. Quando ho riscoperto il manoscritto del Sesto Concerto di Niccolò Paganini, nella versione originale per violino e chitarra, era l’autunno di due anni fa. Ho voluto curarne la revisione per l’editore giapponese Da Vinci: abbiamo pubblicato la scorsa primavera. Come ha fatto a scoprire questo Paganini? Attraverso una ricerca per cataloghi tematici, ho saputo della possibile esistenza di un manoscritto per chitarra. Ho contattato a Camogli Flavio Noguera, un bibliotecario esperto di Paganini. Scartabellando, è arrivato alla conclusione che una parte manoscritta inedita si trovasse nell’archivio comunale di Genova, che contiene tutte le mappe catastali dal 1750 a oggi. Da uno scatolone di documenti ottocenteschi è spuntata la parte che Edward Neal aveva comprato a Londra: alla sua morte, l’opera era finita in possesso di una fondazione della Banca di Genova, che dopo un po’ l’ha data all’archivio. Per Donizetti ha usato lo stesso metodo? Sono arrivato a Parigi passando da Bergamo. Qui era conservata una partitura non completa, solo il primo tempo del «Credo», l’Allegro iniziale, mentre le altre erano a Parigi. Come erano arrivate fino a lì? Francesco Pasini, grande tenore bresciano oltre che economo all’istituto Venturi, l’ex Conservatorio, era un grande collezionista. Nel 1909 ha scritto una lettera al Conservatorio di Parigi: «Ho un Credo inedito». Gliel’hanno pagato 150 franchi. Il mio maestro Pieralberto Cattaneo, che insegna a Bergamo, ha riscontrato l’autenticità dello spartito. Io l’ho trascritto, lui si è occupato della revisione. Considerazioni stilistiche fanno pensare che possa essere datato fra il 1818 e il 1821. La raccolta delle parti staccate, conservata alla biblioteca del conservatorio di Parigi, è stata realizzata da un copista dell’epoca con qualche intervento autografo, di sicuro partendo dal manoscritto originale. Che idea si è fatto? Per me, e anche per Cattaneo, la mano è quella di Giovanni Simone Mayr, operista e maestro di Donizetti. Il suo viaggio a Parigi nasceva dall’intuizione che ci fosse qualcosa di importante da riscoprire? In realtà, ero andato a Parigi per gli spartiti di Giacomo Merchi: il primo chitarrista che abbia scritto il metodo moderno delle sei corde, usando il pentagramma con la chiave di violino per notare le partiture musicali per chitarra. Era bresciano. E si può dire che Brescia sia la patria della chitarra. Lo studio critico delle sue opere mi interessa molto; uscirò con un disco di duetti per chitarra e violino insieme a Germana Porcu. A Parigi per Merchi, ho incrociato le parti staccate nuove con il primo tempo del Credo; gli altri due li ho creati io, correggendo gli errori. Probabilmente non era neanche mai stato eseguito. Il valore storico? Eccezionale, anche se in Italia tutto è relativo. Complicato, poco considerato. Per pubblicare mi son dovuto rivolgere a Da Vinci, editore italiano che sta ad Osaka per volere di un musicologo, Edmondo Filippini, che un bel giorno ha deciso di emigrare in Giappone. Lei ha trovato una sua via per fare musica qui? Perché mi ritengo un operaio, appunto: mi occupo di tante cose. Mi ritengo non un grande chitarrista, ma un polivalente. Se il fratello di Keith Jarrett mi manda un pezzo glielo trascrivo. Curo trascrizioni, edizioni, ho uno studio di registrazione. Artista e artigiano. Così si riesce a lavorare, quando non si è in giro a suonare. Bisogna essere multitasking. Musicisti più bravi suonano meno di me, ma io suono anche tanta musica da camera. E suono tanto, in generale. La soddisfazione più grande? La pubblicazione di Paganini. Pensare che sono girate mail che volevano screditare il mio lavoro: io l’ho saputo, ho preso l’indirizzo, ho scritto a questo maestro dicendogli che il suo interessamento mi onora, che potevamo berci un caffè e gli avrei spiegato per filo e per segno come avevo condotto gli studi. Non è venuto, ha mandato il figlio in incognito a farmi domande. C’è tanta miseria in giro, tanta cattiveria anche nel mio ambiente. Ma pazienza: si va avanti. Nato a Iseo, diplomato al Conservatorio di Brescia. La sua crescita è passata attraverso studi classici. Sempre con la chitarra come compagna? Sì. Acustica, elettrica. Ho sempre suonato di tutto. Classica nell’Orchestra di mandolini e chitarre Città di Brescia diretta da Claudio Mandonico, sudamericana con il chitarrista svizzero Antonio Malinconico, brani originali con il quartetto «Giacomo Merchi»... Variare mi piace. Non mi annoio! E per fortuna le cose da fare non mancano mai. Non si è fatto mancare i premi, visto che con la mandolinista Camilla Finardi ha vinto il festival internazionale Città di Ala. Ma si diverte di più da solo o facendo gioco di squadra? A me interessa fare musica, in un modo o nell’altro. Insieme a Camilla ho inciso «Souvenir», un disco che è stato allegato alla rivista Amadeus, e con l’InformalQuartet mi dedico alla musica contemporanea, ma sono contento anche dei lavori incisi da solista come «Guitar architecture». Musicista, ma anche scrittore: in quale veste si esprime più volentieri oggi? Suonare è la mia vita, ma amo anche scrivere cose come il metodo didattico per giovani chitarristi che ho realizzato, «Musichiamo con la chitarra». Oppure articoli su quotidiani e riviste. Ho scritto un saggio critico sulla nascita della musica jazz, e grazie a quel saggio oggi insegno storia della musica alla Laba, e un romanzo, «Tar e la chitarra del tempo», illustrando il passato attraverso il viaggio di un gatto. Nato per ragazzi, in realtà è sottile, contiene tante freddure, critiche all’ambiente musicale. Oltre alla storia vera della chitarra. Non l’ha mai tradita con altri strumenti? Mai. Non mi stanca. La mia compagna di vita è la musica, che amo più che mai. Ho la chitarra in mano 8 ore al giorno. È come la racchetta per il tennista. È trovarsi con Giulio Tampalini, con cui lavoro in accademia, per registrare pezzi al volo. Non ho mai pensato «devo vincere i concorsi». Un amore come il sole, che fa star bene e non ha controindicazioni. Sì. Entusiasmo, niente stress, solo naturalezza. Senza forzature o compromessi. La compagna ideale. Irrinunciabile.

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