23 ottobre 2019

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06.10.2019

« Disegno, canto: ho scelto entrambi e oggi sono felice»

Ottavia Bruno, in arte Brown: illustratrice e cantautrice bresciana, sta per pubblicare un nuovo disco nel 2020
Ottavia Bruno, in arte Brown: illustratrice e cantautrice bresciana, sta per pubblicare un nuovo disco nel 2020

Ottavia Brown è come il suo nome d’arte: binari paralleli per un treno che corre veloce. Poesia e passione. Disegno e musica. Cantautrice, illustratrice. Senza dover (né poter) scegliere. «È sempre stato IL dubbio: musica o disegno? O disegnavo o cantavo, sempre. Riesco a mettere i miei pensieri tracciando un foglio, oppure intonando una melodia. E quindi... Alla fine non ho scelto. O meglio: ho scelto tutto. Non sapevo come mischiare le arti e mi son detta I libri che ho in mente me li faccio io. Non li penso come romanzi, ma libretti per illustrare canzoni. Un equilibrio trovato cinque anni fa. Prima era come dover scegliere fra mamma e papà. Li ho presi a braccetto e camminiamo insieme». Brown da Bruno, americanizzando come usavano fare gli italiani emigrati in America un secolo orsono. Brown per spaziare dal blues al swing, con eleganza noir e attitudine jazzy. Una personalità così definita da non farsi intaccare dalla dimensione talent: nel 2016 ha partecipato a The Voice of Italy dopo aver passato le selezioni, ma l’esperienza con il Team Carrà su Rai2 non ha spostato di una virgola il suo percorso artistico. Un primo album nel novembre 2016, «Infondo», con 10 brani inediti legati l’uno all’altro. Pulp e dark, folk e rock, e applausi dal vivo nei concerti prima di Dente, Nada, Marta sui Tubi e Tre Allegri Ragazzi Morti. Nel maggio del 2017 il capitolo secondo «Mimì», Bohème rivisitata swing, con il relativo vinile realizzato nel febbraio successivo dalla Fondazione Teatro Grande. Poi il tributo a Dalida, «Bang Bang». E adesso un nuovo disco in lavorazione. Intanto, anche nell’altra via Ottavia procede spedita e il sito www.lastanzarossa.com immortala le sue tappe. Illustrazioni da copertina: la sua specializzazione? Sì. Ho lavorato per varie case editrici, italiane e straniere. Nel 2017 ho disegnato le illustrazioni di copertina per «Carry on» di Rainbow Rowell e «La ragazza senza ricordi» di Frances Hardinge. Ora insegno alla Scuola Bottega, tengo laboratori alla Scuola del Fumetto. Ha cominciato prima a disegnare o a cantare? Sicuramente a disegnare. Da piccola cosa pensava di fare da grande? L’archeologa. Mi piace il mondo degli oggetti antichi, da bimba ero innamorata di Indiana Jones. Ho pensato subito che fosse indispensabile conoscere le basi, partire da ciò che è antico. E a casa respiravo cultura. I suoi cantavano o disegnavano? No, facevano altro: mia mamma professoressa di lettere e filosofia a Mompiano, mio padre agronomo che suonava da autodidatta Beatles e Rolling Stones. Mio nonno era Alfio Zoi. Storico formatore dei docenti, luminare della didattica della lingua italiana. Ero circondata dai libri. All’inizio non mi rendevo conto, poi ho capito: era bellissimo. Ho potuto imparare a guardare i libri come fossero mondi da sviluppare. Vedevo l’illustratrice dell’editrice La Scuola creare un acquerello, disegnare fra le pagine, e mi entusiasmavo. Cosa leggeva? Tanti fumetti. Dylan Dog, soprattutto, negli anni ’90, nel suo periodo di boom. Un magnifico eroe/antieroe. In generale amavo le fiabe che fanno spavento: Poe, Burton, gothic novel… La paura che diventa coraggio. A scuola trovava sfogo la sua creatività? Per me le medie erano un incubo, anche se piacevo agli insegnanti delle discipline umanistiche. Mi sono riscattata al Leonardo: disegnavo tanto in un contesto diverso, al liceo ho conosciuto insegnanti favolosi, ed è stato naturale invaghirmi dell’Ottocento. Sono un’inguaribile romantica. Ho approfondito, studiato le grandi correnti, le avanguardie. La sua tazza di tè? William Blake: il primo illustratore che ho amato. Sulla sua arte ho fatto anche una tesina. Ero fissatissima. L’anno scorso ho potuto vedere per la prima volta le sue illustrazioni alla Tate Britain. Cupe, torbide, magnifiche. Com’è arrivata a pubblicare? Finito lo Ied, a Milano, nel 2007, mi sono messa i fogli sotto braccio e sono andata a bussare alle porte delle case editrici. Nel 2009 ho iniziato il mio rapporto con Mondadori: festeggiamo dieci anni di collaborazione. In principio fu? «La ragazza senza ricordi». Romanzo noir, young adult, un po’ gothic novel: ideale per il mio gusto che contempla art nouveau, liberty, dark... Un’eleganza dell’anima, uno cura per lo stile. Ringrazio il mio professore d’italiano Angella, che mi ha insegnato a leggere fino a notte fonda. E quando leggo un libro, mi creo sempre una colonna sonora. Un trip solo mio. Il libro è un viaggio? Elitario. C’è posto per un passeggero solo. Musica compagna di vita? Sempre. Anche se ho cominciato a fare sul serio tardi. Quando? Fino a 18 anni non cantavo: ascoltavo. Sono partita da De Gregori e Dalla. Canzoni che entrano in testa, sapori che restano. Il primo disco consumato è stato «The score», dei Fugees. Tuttora avanguardia. Un amo per andare a pescare in un oceano profondissimo. C’erano blues, soul reggae: ho voluto scoprire tutto. Per documentarmi, nell’era immediatamente pre-Internet, sono andata in mediateca. Avevo 16 anni. Mi sono presentata con «The score»: Voglio sapere cosa c’è stato prima. Poi ho iniziato a cantare. Prendeva lezioni? A Nave, da Elisa Rovida. Allo Ied ho trovato una maestra vita musicale, un’insegnante laureata in canto lirico: Françoise Goddard. La canzone che sente più sua? È nel prossimo disco, «Signora nessuno». L’album uscirà nel 2020. La title-track parla di violenza di genere, di una rinascita. Ho conosciuto la realtà della Casa delle Donne, capendo quale grande forza un essere umano sa sprigionare nelle situazioni più terrificanti. Ma la canzone che sento più mia è «Non solo le stelle brillano in cielo». Racconto delle «radium girls», donne che nei primi del ’900 in America venivano reclutate da una company che pitturava quadranti di orologi. Usavano il radio: cancerogeno, tossicissimo. Intingevano il pennino in bocca e pitturando si sono avvelenate. All’uscita dalla fabbrica brillavano e i passanti le chiamavano «le donne luminose». Le poche sopravvissute hanno vinto la loro battaglia legale. Un altro pezzo a cui tengo è su Mary Shelley: ho immaginato una lettera d’amore scritta da Frankenstein, Mary non ci sei più... Un personaggio che scrive all’autrice. Spunto originale. A che punto è il nuovo album? Lo sto completando con tutta la band: mio marito Andrea De Rose alla chitarra, Andrea Braga al piano, Nicola Zanardelli al basso e Stefano Pini alla batteria. Ormai siamo una famiglia. Al precedente album avevo lavorato con Marco Franzoni. Stavolta la produzione è di Michele Coratella. Il risultato è meno orchestrale, più groovy. Mi sento molto più libera di sperimentare. Quanta energia serve per essere artisti qui, così? È una domanda furiosa, perché qui tutto ti porta a fare altro. Non l’artista. Quando esci dalle tendenze, non badi alle mode, fai fatica. Bisogna lavorare durissimamente. Continuerò a farlo, non per calcolo o ambizione: a spingermi è il bisogno di esprimermi, quindi continuerò a farlo. Sennò dopo The Voice, uscita dai meccanismi televisivi, mi sarei dovuta fermare. Un capitolaccio? È stata anche una bella esperienza, ma il mio primo istinto è stato uscire da una tendenza. Del resto adoro Modigliani. L’ultimo disco ascoltato? Con Andrea ho sentito «Into the wild» di Eddie Vedder. Di italiano? «Il padrone della festa» di Fabi, Silvestri e Gazzé. Il suo sogno? Lo sto realizzando: il mio prossimo disco.

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