09 dicembre 2019

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22.11.2019

Gandini in corsa per l’Oscar «Gioia unica, vale tantissimo»

Ciak, si gira: «My Time» punta a uno degli Oscar 2020Giulia Gandini: bresciana, ha preso un Master in regìa a Londra
Ciak, si gira: «My Time» punta a uno degli Oscar 2020Giulia Gandini: bresciana, ha preso un Master in regìa a Londra

Il cortometraggio «My Time», realizzato dalla 25enne Giulia Gandini, è entrato nella Long List per gli Oscar del 2020 nella categoria Short Film Live Action. Un’emozione indescrivibile per la giovane regista bresciana che, fin dall’adolescenza coltiva una passione per il cinema, un interesse per la narrativa e la fotografia. Gandini è stata in tour negli Stati Uniti per presentare il cortometraggio. Prima tappa Seattle, «My Time» è stato mostrato al National Film Festival for Talented Youth, il festival più grande al mondo per giovani registi e Gandini ha vinto il Best Short Film Award. «È stata un’emozione unica, il film è piaciuto molto». Seconda tappa Pittsburgh, infine Chicago, al festival più rilevante dei tre, il Chicago International Children’s Film Festival, per cortometraggi e lungometraggi che hanno nel cuore i bambini e le persone giovani. Ancora una volta, Gandini si aggiudica il Best Film Award, di enorme importanza perché è Oscar-Qualifying. I film in corsa per gli Oscar sono circa duecento. «Può sembrare un numero grande, ma in realtà si prendono in considerazione tutti i cortometraggi che vengono girati al mondo in un anno. Duecento è un numero molto basso. Il nostro film è uno dei centotredici al mondo che ha vinto un Oscar Qualifyng Award e significa tantissimo» racconta entusiasta Gandini. «Non mi sono mai resa conto che lavorare nel cinema potesse diventare la mia carriera fino a quando non mi sono trasferita a Londra sei anni fa» racconta Giulia. La regista, infatti, dopo un diploma classico, ha intrapreso gli studi in letteratura e cinema e preso un Master in regìa alla Met Film School di Londra. CON IL SUO cortometraggio Giulia Gandini affronta quello che per molti, ancora oggi è un tabù: il ciclo mestruale. La regista racconta come l’idea sia nata da una sua esperienza traumatica vissuta alle medie. «Avevo dodici anni – riporta Gandini – durante una lezione, una mia amica ha avuto il suo primo mestruo. Ha alzato la mano e chiesto di andare in bagno, ma il professore le ha detto di aspettare il suono della campanella. Intimidita ha aspettato, ma il sangue le aveva macchiato i jeans e la sedia. Era la prima volta che vedevo sangue mestruale». Quella ragazzina è stata derisa per settimane dai compagni di classe. «Ero terrorizzata all’idea che mi arrivasse il ciclo, mi ero resa conto che fosse una cosa da nascondere». Questo è stato uno dei principali motivi che l’hanno portata a girare «My Time». La regista è riuscita a prendere un’esperienza negativa e traumatica e riflettere riguardo a quello che era successo alla sua amica. «Ho voluto dirigere una storia dove il sangue mestruale inizialmente è una forma di vergogna, ma poi diventa qualcosa di empowering per la ragazzina che ce l’ha». Finora le reazioni del pubblico sono state positive. «Abbiamo fatto vedere il film in Svezia e un bambino di sei anni ha alzato la mano per chiedermi cosa fosse il mestruo. Tutta la sala si è messa a ridere. Quindi ho apertamente spiegato, senza vergogna». I prossimi progetti della regista sono un cortometraggio fiction chiamato «Runner» e uno di documentaristica supportato dalle Nazioni Unite e il British Institute, girato su iPhone da una donna senza tetto, «Home Stream». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Diana Pavel
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