26 agosto 2019

Spettacoli

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14.07.2019

«L’Art è magìa e il dj è il lavoro più bello del mondo»

Iuri Rivetta: lanciato da Madame SiSi, è dj-resident all’Art Club Disco. Per 2 volte si è piazzato nella TopTen dei Dance Music Awards
Iuri Rivetta: lanciato da Madame SiSi, è dj-resident all’Art Club Disco. Per 2 volte si è piazzato nella TopTen dei Dance Music Awards

Se ci fosse una classifica dei deejay più invidiati d’Italia, sarebbe fra i primi cento. Se non nella top ten. Se non più su. E dove deve stare altrimenti il resident dell’Art Club Disco, tempio del divertimento gardesano che resiste gioiosamente alle mode mentre tutt’intorno in Italia le discoteche crollano e/o chiudono? Tanto più che resident, nel suo caso, implica la doppia veste come usava una volta: sia ai piatti che al microfono. L’anima della festa in cabina di controllo. Iuri Rivetta alias Iuri, il nome d’arte già scolpito all’anagrafe, nato a Iseo («il 16 dicembre 1981, lo dico tranquillamente: io con l’età non ho problemi»), vissuto fino ai 28 anni a Capo di Ponte, poi a Desenzano. «Quando ho conosciuto Madame SiSi, sono passato dalla montagna al lago per l’Art», ricorda e sorride. Una rivelazione? Assolutamente. Da bambino armeggiava con cuffie e giradischi? Sì. Mamma casalinga, papà fruttivendolo, ma a 6 anni il primo regalo è stato una consolle da dj. Non il classico CantaTu, ma un mini-studio radiofonico con tanto di effettini jet. Da lì ho cominciato a fare lo stupido con il microfono. La prima esperienza? In assoluto, vocalist alle giostre. Avevo un amico che gestiva autoscontri e calcinculo. A 14 anni facevo la guida turistica, avevo una voce da giostraio che funzionava. Autodidatta? Per la voce no, mi sono iscritto a corsi di dizione e un anno fa ho preso parte anche a un corso di doppiaggio a Brescia. La voce educata andrebbe utilizzata quando si recita. Nel mondo della notte in realtà contano di più altre cose. Soprattutto? Capire la gente. Com’entrato in quel mondo? Avevo un carissimo amico, Andrea Grappoli, che faceva il dj in Valle al Rooster, e mi è capitata l’occasione di fare un Capodanno. Ricorda quando? Certo. Era il 31 dicembre 2001. Mi hanno chiamato come dj e vocalist al ristorante pizzeria La Pieve, a Capo di Ponte. Muovevo i primi passi in più direzioni. Andrea Grappoli lavorava a Radio Adamello, io collaboravo come tecnico. Poi mi hanno affidato un programma, «Iuri’s breakfast». E sono andato avanti così, imparando il mestiere in studio e nei club passo dopo passo. In quanti locali ha lavorato? Li ho fatti tutti nella Valle: Suerte, Sonus, Rooster, Siesta, Confusione, Full Time, Saloon... Poi son passato sul Garda, con l’Art. Preferisce parlare al microfono o far ballare mixando? Di solito tutt’e due, ma dipende dalla situazione. Adesso che lavoro al Giamaica Beach non parlo, mi concentro sull’aspetto musicale. Mi sentirei di dare fastidio se parlassi mentre la gente prende il sole, beve un drink, guarda il panorama, si rilassa. Un dj completo deve saper fare entrambe le cose? Mixare e parlare? Per me sì. Oggi però in generale o si fa l’una cosa o l’altra. Io appartengo ad un’altra scuola. Se ripensa alle sue esperienze fuori dai locali? Per la mia crescita professionale sono state importanti Radio Voce Camuna, Radio Adamello, Free People su Rtb. Sono stato a La8, a «Guess my age», ho fatto la comparsa in un film americano, «Search of Fellini», girato a Verona. In tutto questo, l’Art Club Disco? È stato ed è fondamentale. Sono passati dieci anni da quando Carlo, Madame SiSi, mi ha proposto di fare il dj resident. Mi aveva sentito all’opera. A Brescia avevo fatto serate al Circus, ero attivo su più fronti ma di fronte all’Art non ho avuto dubbi. Non potevo dire di no all’occasione della vita. Di solito le discoteche s’impongono, diventano moda, calano e spariscono. L’Art non conosce crisi. Qual è il segreto? È magìa. Facciamo poca pubblicità, usiamo poco i social, Madama non li ha mai amati. È il trionfo del passaparola, il legame di una famiglia estesa. Estesa fin dove? Arriva gente da ogni parte d’Italia. C’è chi arriva ogni weekend da Lugano. Se le dico vip? Ne abbiamo avuti tanti, sul palco o nel pubblico. Loredana Berté, Alexia, Eva Grimaldi, Orietta Berti, Cristina D’Avena. Alessandro Cecchi Paone. Il giornalista Mediaset Claudio Raimondi. Chi le è rimasto nel cuore? Berté & Berti. Loredana ha un’energia speciale, una carica contagiosa. Con lei c’è in ballo il progetto di un remix. Orietta ha una grande presenza, domina il palco. Cosa deve fare un dj? Deve avere tutto sotto controllo, con il sorriso. Anche quando scattano emergenze. Non è facile. Madame SiSi è un esempio da seguire. Quando c’è stato l’incendio all’Art ha mantenuto la calma, gestito la situazione. Io forse sarei andato nel panico. La canzone che non può mancare mai in un suo set? «The drill». Ultimamente rendo omaggio ad Avicii, a Robert Miles: ero un ragazzino quando ha fatto «Children» e «Fable». I classici tormentoni? Che oggi non si fanno più. Come mai non c’è più la canzone regina dell’estate? È cambiato tutto in questi anni. Onestamente la situazione è peggiorata, da questo punto di vista: è tutto più social, arrivi più facilmente a farti conoscere ma non si producono più brani che rimangono nel cuore. Una volta le canzoni le aspettavi, sospiravi... Io ero patito di Hit Mania Dance. C’era l’attesa, poi il successo durava 6 mesi. Adesso una canzone è subito ovunque, ma dopo una settimana l’effetto è già finito. Usa e getta. Di quale traguardo va maggiormente fiero? Ne ho raggiunti tanti. Per 3 anni ho partecipato ai Dance Music Awards, per 2 volte sono finito nei primi 10. I suoi modelli? Graziano Fanelli. Manuela Doriani: siamo amici da una vita. Paola, l’emblema del Gay Village di Roma. Sono arrivato a suonare nella Capitale, e non è facile. Cosa consiglia a un giovane che comincia? Resta con i piedi per terra. Le nuove leve saltano la gavetta e si montano subito la testa. Io dico che se vuoi fare il dj e non il metti-musica devi guardare la pista. Emozionare la gente che hai davanti, portarla in un viaggio che decidi tu, ma che deve piacere a loro. Contano l’occhio, il gusto e saper comunicare. Meglio l’usato sicuro o il nuovo che avanza? In ogni djset metto qualcosa di nuovo. Per differenziarmi e differenziare. Esempio: è uscito il film «Bohemian rhapsody» e adesso i Queen sono ovunque. Ho trovato un mash-up con «La passion» di Gigi D’Agostino, hanno cominciato a metterlo tutti e allora io ho cercato nuove versioni di «We are the champions». Ho una convinzione: meglio essere invidiati che compatiti. Il dj deve saper stupire al momento giusto. Se riavvolge il nastro? Nascere in valle è stato penalizzante, ma a 14 anni andavo già da mia zia a Milano. A 16 ero a studiare a Dublino, il problema è che allora preferivo divertirmi al microfono al grest. Ho fatto l’Itis a Breno, perito elettronico. Ho fatto per un anno il carabiniere e mi sono congedato. Dovevo fare il deejay. È felice? Sì. Ho il lavoro che mi piace. E faccio canzoni. Quante ne ha fatte? Una ventina con il team di cui faccio parte, Spikaa. Io mi occupo dei suoni, Michael e Federico sono i producer, Gianni scrive i testi. Siamo sempre usciti con Executiva. «Never be afraid» ha avuto un buon riscontro nazionale, anche radiofonico. Anche «Home» è andata molto bene. L’ultimo singolo, «La koka», che non c’entra con la polvere bianca, su DemoDrop è stato in classifica a lungo, e ha riscosso successo soprattutto in Oriente. Adesso pensiamo al prossimo pezzo. Ha un sogno? Ne ho tanti. Uno su tutti: vorrei fare l’attore cinematografico.

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