24 ottobre 2019

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13.09.2019

Marlene e non solo Godano si racconta nuotando nell’aria

Cristiano Godano, scrittore e storico leader dei Marlene Kuntz: domenica l’incontro in Latteria Molloy
Cristiano Godano, scrittore e storico leader dei Marlene Kuntz: domenica l’incontro in Latteria Molloy

«Da quel momento in avanti fummo ben decisi a giocarcela fino in fondo. Cosa che, in fin dei conti, stiamo facendo tuttora, lottando e lottando». Quando nel 1994 esce «Catartica», il rock italiano subisce uno scossone che cambierà per sempre il suo corso. Artefici di quell’esplosione di circa sessanta minuti erano i Marlene Kuntz, che diventeranno presto un pilastro della scena non solo indie. A più di 30 anni dalla nascita della band, in provincia di Cuneo, l’anima dei Marlene, Cristiano Godano, racconta la genesi dei primi tre dischi nelle oltre trecento pagine di «Nuotando nell’aria. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz» (La nave di Teseo, 2019). Un viaggio nella musica e nella scrittura, forte del legame del frontman con la musica e con la scrittura, che verrà ripercorso domenica alle ore 21 alla Latteria Molloy per la rassegna «Sottovuoto», con Godano che si racconterà al pubblico attraverso sonici tasselli come «Catartica», «Il vile» e «Ho ucciso paranoia». «Nuotando nell’aria» è un viaggio agli inizi. Come eravate, a quei tempi? Eravamo irruenti e scalpitanti: desideravamo diventare dei musicisti rock a ogni costo, e la frustrazione del non riuscirci esacerbava le asprezze esistenziali che mi portavo dietro. Ma la parte romantica che era in me addolciva qua e là il tutto e lasciava presagire la nostra doppia anima, cosa che abbiamo evidenziato sempre più in ogni nostro disco a venire. Questa non è la sua prima volta da scrittore, dopo la raccolta «I vivi». Che rapporto ha con la scrittura? Mediamente molto buono: credo di poter dire che amo scrivere. Mi risulta leggero, stimolante, divertente, agile. Certo è che se devo scrivere un testo per una canzone o un libro la faccenda si fa molto più complicata, perché il processo creativo legato alla scrittura è tanto piacevole quanto tormentoso. Cosa pensa dei nuovi linguaggi che sembrano nascere sotto il segno della musica indie o della trap? La cosiddetta indie di ora non mi piace per nulla. So riconoscere il «business» che certuni sono riusciti a fare e lo so valutare come un merito: hanno un pubblico vastissimo, ben più vasto di quello che avevano gruppi come il nostro nei gloriosi Novanta. Rap e trap mi divertono di più: non sono la mia «cup of tea» ma li trovo ogni tanto creativi e stimolanti. Il rock come linguaggio. L’avete usato quando esprimeva il malessere di intere generazioni, e continuate a farlo. Eppure oggi ha una presa minore. Sì, è così: il rock non è, in questo momento, il genere di riferimento delle nuove generazioni. Probabilmente ha esaurito la sua carica eversiva e si è trasformato in cliché, senza più comunicare urgenze. Però non è un problema che mi cruccia: da quando esistiamo abbiamo sempre cercato di non ripeterci mai, e troviamo ancora stimoli sufficienti nel fare musica secondo questo principio. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Malosso
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