20 settembre 2019

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15.08.2019

Napalm Death, apocalisse «grindcore»

Gli inglesi Napalm Death ieri sera sul palco della Festa di Radio Onda d’Urto FOTOLIVE/Valentina RennaMetallari a raccolta per una serata feroce e imperdibile FOTOLIVE
Gli inglesi Napalm Death ieri sera sul palco della Festa di Radio Onda d’Urto FOTOLIVE/Valentina RennaMetallari a raccolta per una serata feroce e imperdibile FOTOLIVE

Dopo la furia degli elementi naturali, il grido degli elementi musicali riconquista il palco di Radio Onda d’Urto, urlando contro il cielo il suo potere sulla dimensione terrena: il potere del metal. Extrema, Bulldozer, Napalm Death: tre nomi, una dichiarazione d’intenti. Spazzare via ogni compromesso toccando gli extrema e poi, fatta piazza pulita delle macerie con un bulldozer, rovesciare tonnellate di musica bruciante - morte per napalm. Gli aerei che in Apocalypse Now scaricavano il fiume di fuoco sembrano evocati dagli Extrema in «The Call», prima traccia di «Headbanging Forever» uscito a maggio. La chiamata è quella della musica, vocazione che consacra gli artisti ad agitare la chioma sul palco per sempre, eterno «headbanging» alla velocità del suono. Non è un genere per tutti - almeno, non tutti i giorni - ma nessun’altra musica dà voce tanto eloquente alla voglia di distruzione celata nell’animo umano, all’esplosione di energia innescata dall’ira. «The Day of Wrath» (il giorno dell’ira) segnò il debutto dei Bulldozer negli anni Ottanta: un’aggressiva lettura metal del giorno del giudizio, con scorci di inferno e presagi di apocalisse. La mente si spappola in «Neurodeliri» e torna a un relativo equilibrio in «Unexpected Fate», dove la morte è «reale»; «inaspettata» è la mancanza di giustizia. IL PUBBLICO è incandescente, quanto basta per sopportare la temperatura dei Napalm Death. Il boato della folla dimostra che sono ancora leggende, da quando il primo album, «Scum», 1987, valse loro il titolo di fondatori del grindcore. La voglia di triturare parole e note («grind», macinare) ha creato un unicum: «Scum» è entrato nel guinness per la canzone più breve mai registrata, «You Suffer». In un secondo e mezzo ruggisce le parole «You Suffer but Why» a tale velocità da essere incomprensibile. Mick Harris, batterista che venerava la rapidità, se ne è andato come tutti i componenti originari: la macellazione della realtà si rispecchia nelle repentine sostituzioni di musicisti e cantanti, come se la band viaggiasse su un loop temporale dove tutto nasce e si consuma più in fretta. Ogni formazione ha plasmato i Napalm in modo diverso, fino al quartetto di ieri: Shane Embury, Mitch Harris, Danny Herrera e Mark Greenway. Sono loro gli autori di «Apex Predator - Easy Meat», ultimo album (2015). In anni di traversie la situazione si è ribaltata: la carne da triturare non è la musica, ma il musicista, che dichiara di essere «easy meat». Ma è il sistema, denunciano, a macinare l’umanità intera: «Endless hierarchies / Distortions of human nature». Sullo sfondo c’è sempre l’urlo primordiale di «Scum»: maciullare l’ingiustizia tra i denti, ingoiarla fino a farla sparire. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Anna Castoldi
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