22 maggio 2019

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21.04.2019

«Strehler, Dante, Pasolini... Non mi accontento mai»

Antonio Piovanelli: attore logratese classe 1939, ambasciatore della poesia italiana nel mondo, fresco protagonista del film «Dafne»
Antonio Piovanelli: attore logratese classe 1939, ambasciatore della poesia italiana nel mondo, fresco protagonista del film «Dafne»

La vita è simbolica sempre, con le sue piccole e grandi storie. Lo è a Lograto, dove una piccola sala cinematografica viene riaperta per il grande attore che ritorna da Roma dopo averla conquistata, alle soglie degli ottant’anni. Fra Lograto e Roma la strada non è poi così lunga. «È stato bello tornare, davvero - sorride nella sua casa logratese Antonio Piovanelli, classe 1939, attore che ha girato il mondo partendo dalla Bassa -. Una soddisfazione, vedere come è stato accolto il mio ultimo film con due serate partecipatissime, il pubblico folto ed entusiasta, un dibattito sentito». «Dafne», di Federico Bondi, lo vede nei panni del protagonista al fianco di Carolina Raspanti. È un dramma familiare. La vita nel dolore, nella determinazione. Bondi ha scelto Piovanelli e il risultato è, sotto una pioggia di consensi, il premio Fipresci ottenuto dopo il Festival di Berlino. Il plauso della Federazione internazionale della stampa come riconoscimento anche per chi può vantare centinaia di opere teatrali (Visconti, Strehler, Ronconi, Cherif) e cinematografiche (Bertolucci, i fratelli Taviani, Bellocchio, Lattuada, Orsini, il bresciano Agosti), oltre a un ruolo da attore-ambasciatore della poesia italiana oltreconfine: con Catullo, Dante, Michelangelo, Alfieri e Pasolini Piovanelli è stato invitato da teatri, centri di cultura e università in Europa, Nord Africa, America del Sud. Dov’è cominciato tutto questo? La passione per il teatro è maturata nei primi anni ’50, in una filodrammatica del paese, proprio sul palcoscenico del teatro di Lograto. In famiglia? Erano tutti agricoltori. Una famiglia molto legata alla chiesa. Mia madre, Milì, amava fare teatro. Recitava in compagnie locali. Ricordo un titolo, «Il padrone delle ferriere». Recitava poesie. Anche le mie zie recitavano. Un clima scenico. Sì. Dalla parte femminile. Da quella maschile, mio padre Alessandro è partito per la guerra e avevo 6 mesi; è tornato e avevo 6 anni. Sono cresciuto con mio nonno Eliseo. Un uomo molto di terra, che mi faceva sentire protetto. Le mie due sorelle, Domenica detta Meni e Anna, sono nate subito dopo la guerra. Cos’ha studiato? Ho iniziato con le scuole di agraria, ma quello dei campi era un mondo lontano dal mio spirito. Mi sono avvicinato a Brescia, dopo essere stato instradato nella letteratura, nella conoscenza nella poesia. In città, con la Loggetta agli inizi degli anni ’60 è cambiato tutto. Ho conosciuto Mina Mezzadri, Renato Borsoni. Loro, e Tino Bino, mi hanno sostenuto tanto. Com’è passato da Brescia a Milano? Il mio insegnante di mimo mi ha portato a Milano e così ho avuto modo di conoscere Toni Comello, che mi ha aiutato. Oltre alla scuola di mimo, e alla scuola del Piccolo in via Magenta, non voleva frequentassi altre aule. Io sentivo il bisogno di una preparazione più solida e ho fatto un anno alla Loggetta. Comello veniva a trovarmi e mi ha fatto scoprire la poesia medievale, San Francesco, Jacopone da Todi. Approfondire la Divina Commedia di Dante mi ha aiutato a recitare. Galeotto fu? Un concorso televisivo. Per «Gran Premio», una trasmissione importantissima della Rai legata alla lotteria di Capodanno. Sono stato notato da Orazio Costa, che aveva saputo che recitavo San Francesco in maniera nuova. Funzionavo bene, ma avevo una voce tra gola e testa, come intasata. «Dovresti passare al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma». Io che ero dentro un vortice di cose magnifiche, fra prove e spettacoli di Strehler e Zeffirelli, Buazzelli e Albertazzi, ho fatto il concorso per arrivare alla Capitale. L’ho vinto e stando là, fra il 1964 e il 1966, ho scoperto il cinema. Cosa la colpì, in particolare? Vedevamo in anteprima i film più belli di sempre. Una dimensione unica, per me che fuggivo dal paese. Ho imparato tanto da autori e attori, oltre che dai miei maestri Comello e Costa. Leggevo, apprendevo. Ero in lotta con me stesso perché quello che facevo e sapevo non mi sembrava mai abbastanza. È così anche adesso? Sì. Dal sacro fuoco che mi animava come adolescente al paese ero passato a una dimensione più accademica, che mi stava un po’ stretta perché ho bisogno di essere libero. Fino a quando non mi sono cimentato con il Cantico delle Creature, con i poemi medievali, non riuscivo a uscire da una dimensione scolastica. Com’è arrivato al cinema? Nel 1968 ho fatto un film dei fratelli Taviani, «Sotto il segno dello scorpione», che mi ha consentito di fare cose interessanti. È stato Massimo Castri a presentarmi a un gruppo in Emilia Romagna dove ho incontrato Giancarlo Cobelli. Ho portato «Woyzeck», di Büchner, in televisione. Ora è un dvd, montato dal mio amico bresciano Silvano Agosti. Che credo vorrà proiettarlo anche a Brescia. Se dovesse indicare uno spettacolo, un film, un lavoro di cui va fiero? Tutto quello che ho fatto non mi è mai bastato. Anche se penso a «Dafne»: nel mio modo di interiorizzare il personaggio c’è qualcosa di non convenzionale, ma potevo fare meglio. Ho sempre l’ansia, all’idea di poter andare oltre. Le potenzialità sono sempre superiori al risultato, sento sempre che mi piacerebbe fare meglio. Ma sono contento quando ripenso a «Il gabbiano» con Bellocchio, perché con il maestro Medvedenko è uscito qualcosa di culturalmente vicino alle origini dell’opera di Cechov. Cosa ama? C’è Dante, c’è Pasolini, c’è l’arte. Masaccio, Piero della Francesca. Ho spesso la sindrome di Stendhal. L’arte mi commuove. Mi ha aiutato anche ad approfondire la storia d’Italia nella sua fase più importante, quella del Rinascimento. La contemporaneità le interessa? Seguo la modernità, ma non ho un gusto rinascimentale. Per questo il mio monologo su Michelangelo è affiorato più volte nella carriera. Amo approfondire. Le sue radici restano salde qui? C’è stata una fase romana in cui mi ero allontanato dalla brescianità. Ma oggi voglio dire che Brescia mi ha aiutato molto. Borsoni, Mina, Bino che è stato una persona tanto preziosa per me... Brescia mi è cara e mi è stata vicina anche quand’ero ragazzo, anche attraverso sussidi. Scappavo dal paese, con l’urgenza di andare verso la mia passione. Ho avuto modo di conoscere personalità straordinarie: Visconti, Pasolini. Comello frequentava poeti, Quasimodo e Montale, in una manifestazione come il «Trebbo poetico» c’era un clima straordinario. Anni meravigliosi che mi hanno aiutato a diventare quello che sono. Come la Divina Commedia, che mi ha fatto girare il mondo grazie al Ministero degli Esteri. Adesso cosa farà? Mi hanno proposto un copione, «Romulus». Ma detesto fare provini. Per vent’anni non ho fatto cinema perché non facevo i provini. Ho fatto quello per il professor Miglio e sono stato preso per «1993» su Sky. Una fortuna, perché grazie a quel personaggio è arrivato «Dafne». Quindi ogni tanto i provini servono? Ogni tanto, sì.

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