15 dicembre 2019

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15.11.2019

«Tra comicità e gusto surreale» Un Elisir western per Maestrini

Una scena de «L’Elisir d’amore» nella regia di Pier Francesco Maestrini
Una scena de «L’Elisir d’amore» nella regia di Pier Francesco Maestrini

Una famiglia fiorentina, i Maestrini, dedita da sempre all’opera lirica. Dapprima con Carlo, che lasciò regie indimenticabili in Arena per oltre un ventennio, dal 1955 al 1977. Ora col figlio Pier Francesco, alla guida del prossimo «Elisir d’amore» che andrà in scena da domenica alle 15,30 al Filarmonico, dove ha già debuttato con La Bohème, Il Barbiere di Siviglia, La Forza del destino e Il Viaggio a Reims. Un Elisir d’amore nato sotto buona stella. Sembra proprio così. Inizialmente nel 2012 lo avevo preparato per il Teatro di Maribor. Poi il Maggio fiorentino lo comprò nel 2016 mettendolo in scena per quattro stagioni di seguito. Ora se ne è impossessata anche l’Arena di Verona. Non può che farmi immenso piacere. Come lo definirebbe questo allestimento? Fresco, capriccioso, gradevole nella sua ambientazione americana degli anni Settanta condivisa con lo scenografo Juan Guillermo Nova. Perché collocarlo in quel periodo e in America? L’Elisir si presta a diversi adattamenti, anche in una versione più vicina a noi. La storia regge sempre. D’altronde Donizetti se ne intendeva di teatro e sapeva quello che ci voleva per attrarre il pubblico, con i suoi personaggi mossi da una sorta di carica meccanica, ricalcando i clichés di una tradizione antica, sebbene alquanto obsoleta. Cosa vuole sottolineare la sua regia? Gli spunti comici e surreali dell’opera. Mi sono fatto ispirare da Hazzard, la serie televisiva statunitense ideata da Gy Waldron e prodotta dalla Warner Bros negli anni 1979-1985, che poi andò in onda anche in Italia su Canale 5 e fu replicata in seguito su numerose altre emittenti, fino a rientrare nuovamente dal febbraio di quest’anno nei palinsesti del gruppo Mediaset. Come si comportano i due innamorati della vicenda? Il povero Nemorino è un ragazzotto che gira in costume giallo da pollo per fare da réclame all’Adina's road food. Adina è l’immancabile fanciulla scostante e capricciosa che poi si pente perché sinceramente innamorata. Invece sul versante comico, il dottor Dulcamara, sedicente taumaturgo dai rimedi infallibili per ogni esigenza e dalle note spacconerie, è il classico sbruffone consumato e simpatico: un prototipo del venditore porta a porta che arriva in scena su una cabriolet dalle sospensioni molleggiate. A movimentare la vita di provincia c’è poi il rigido sergente Belcore, a metà tra la caricatura del poliziotto irlandese panciuto e il sergente istruttore dei marines, con tanto di pizzetto e occhiali ray-ban. Le caratterizzazioni dei personaggi rendono l’opera godibile e di comprensione immediata e piacevole per tutti: questo è il mio intendimento. L’Elisir d’amore manca in Arena dal 1936. Si potrebbe tornare a riproporlo? Penso di sì. Con gli opportuni aggiustamenti sarebbe una sorpresa gradevole, anche per i ristretti tempi di esecuzione. Non dimentichiamolo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gianni Villani
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