13 dicembre 2019

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21.07.2019

«Tutta la mia vita per i Beatles: sogno diventato realtà»

Rolando Giambelli, 70 anni, fotografo e giornalista, canta e suona la chitarra. Presidente dei Beatlesiani, qui nel 1992 con Ringo Starr
Rolando Giambelli, 70 anni, fotografo e giornalista, canta e suona la chitarra. Presidente dei Beatlesiani, qui nel 1992 con Ringo Starr

Il 2019 è il suo anno. Perché ne ha compiuti 70 queste mese (auguri). Perché sono 50 dallo sbarco sulla luna, 50 da Woodstock, «50 da Abbey Road». Soprattutto 50 da Abbey Road. Rolando Giambelli, fotografo «e ormai anche giornalista». Direttore responsabile ma anche tante altre cose per i Beatlesiani, e si può dire che li abbia inventati lui, Beatlesiano numero uno in Italia. «Beatlesiano, non beatlesologo: non mi sono mai considerato un superesperto, ce ne sono tanti in giro. Se voglio sapere qualcosa di certo su un episodio, un aneddoto, mi rivolgo agli studiosi. Io sono solo un appassionato». Solo un appassionato? Io i Beatles li ho vissuti in diretta. Ogni disco, ogni giornalaccio, ogni articolo dedicato da periodici belli com’era «Ciao 2001» in giù, faceva per me. Passione pura, senza tanti pensieri: non ero neanche iscritto al fan club ufficiale nato negli anni ’60. Mai avuto tessere. Pensavo alla musica. L’aveva in casa o l’ha cercata fuori? Io e mio fratello siamo figli d’arte: mia mamma Liliana, mancata il 24 marzo a novant’anni, era un soprano. Mio papà Santo, mancato 5 anni fa, era appassionato di musica, suonava il clarinetto. Mio nonno Pietro era un tenore. Veneziano: vengo da gondolieri. Abituati a cantare canzonacce. Mio papà suonava anche l’armonica a bocca, l’ho presa anch’io. Sono andato in Svizzera con lui. Lavorava lì. I miei erano divorziati: papà, sempre in giro, progettava motori, cose meccaniche. Un fantasista. Nato a Vimercate, mentre mia mamma figlia di veneti è nata in Piemonte, a Ivrea. Sfollata durante la guerra è scappata con i nonni e venuta a Brescia, aveva parenti qui. Lei cosa si sente? Lombardo, veneto. Ma sono nato qua, a Brescia, nella città più bella del mondo. E la musica più bella? L’ho scoperta fin da piccolo, quando rimasi impressionato da Renato Carosone. Ascoltavo mia madre che studiava e cantava opere, dalla Bohème alla Traviata. La mia era una famiglia di melomani, mi portavano al Teatro Grande, ho imparato tantissimo. Mi sono appassionato poi anche al resto, iscrivendomi alla società Santa Cecilia che organizzava anche il jazz. Ho visto Bill Evans, Amalia Rodrigues, scoperto la musica portoghese. Ma l’ho sposata tutta, non solo quella di un certo tipo. E i Beatles? All’inizio sono stati un episodio. Ma sono diventati la mia vita. Un sogno diventato realtà. Cosa l’ha conquistata? I Rolling Stones, Jimi Hendrix, sono fenomenali ma hanno un stampo. I Beatles no, hanno toccato tutti i generi o quasi. Si ricorda il primo pezzo che ha sentito? Mi sono innamorato con «Please please me». Insieme a mio cugino Marco, che lavorava a un ingrosso di medicinali in via Gramsci, ho scovato i Beatles nel jukebox accanto a Rita Pavone. Non è che fossi così interessato alla musica leggera, ma avevo sentito Bill Haley, il rock and roll. E mi piaceva. Com’era Brescia nei favolosi anni ’60? C’era fermento, interesse. Eravamo in tanti con una passione da condividere. Ci trovavamo a suonare alla Tavernetta, in una cantina lussuosa sotto il Duomo. Giorgio Mezzanotte e Davide Venezia organizzavano incontri musicali pomeridiani con le band del momento: Topless, Hobbies, Wow, i Some Souls di cui facevo parte. Suonavo chitarra e cantavo, soprattutto gli Stones. Poi sono arrivati i Beatles. E il 5 ottobre saranno 27 anni che ho formato i Beatlesiani. Ventisette anni di Beatlesiani. Avete celebrato i Fab Four in lungo e in largo. Protagonisti assoluti del secolo scorso, senza passare da Woodstock: ci fossero stati? Sarebbe stato bello, mancavano solo loro. Ma in realtà c’erano grazie a Joe Cocker, alla sua versione di «With a little help from my friends». Peccato che quest’anno sia saltato il concerto-rievocazione. I Beatlesiani rievocano per definizione. Quante canzoni dei Beatles ha cantato in tutti questi anni? Direi quasi tutte. Manca «Revolution Number 9». La sua preferita? «Help». Melodia allegra, testo disperato, rispecchia il mio spirito. I’m a loser. John Lennon è stato il primo perdente di successo. Se pensiamo che sua zia Mimi gli diceva «non farai niente con la musica, studia». Ora Lennon è materia di studio. Quanti eventi ha organizzato con i Beatlesiani? Non li conto, ma sono centinaia. Concerti, mostre. Quante volte a Sanremo… C’era Pepi Morgia, light engineer di De André, direttore artistico del Comune sanremese. Abbiamo omaggiato Beatles e Stones, con Diego Spagnoli siamo stati al Festival. La creatura più importante è il Beatles Day? Sì. Il nostro marchio. Un incontro memorabile? Tanti. Con McCartney: «Paul, facciamo un museo sui Beatles a Brescia, va bene?» E lui che alza il pollice. «Posso usare la foto che ti ho fatto per la nostra rivista?» Altro pollice su. E Ringo Starr: quando è venuto per suonare in piazza Loggia, il 22 luglio del ’92, grazie ad Adolfo Galli ho avuto modo di conoscerlo. Le previsioni meteo fecero spostare il concerto dalla piazza al PalaTenda, e non scese una goccia d’acqua, e c’era un caldo atroce. It’ s very hot, dicevano i suoi musicisti. Ma fu bellissimo. Grazie a Gialdini procurai a lui e alla band un camerino condizionato. Domenica scorsa a Venezia abbiamo dedicato a Ringo un flash mob per i suoi 79 anni. Ci ha ringraziato tramite social. In tanti anni è stato supportato da tanti artisti. Uno su tutti? Alberto Fortis. Ha dedicato «Fragole infinite» a John Lennon e noi l’abbiamo fatto suonare due volte al Cavern, a Liverpool. Ha seguito i nostri itinerari da fan con il suo zainetto sulle spalle. Grande appassionato come Eugenio Finardi, che ha suonato con la mia chitarra. Idem Roberto Vecchioni, tornato ieri a suonare a Brescia in piazza Loggia. Interista come lo sono io, un po’. Se avessero vent’anni oggi, i Beatles? Si ritroverebbero ad essere uno fra i tanti gruppi. È cambiato tutto. Per fortuna è andata diversamente e a noi resta la magìa della musica di Lennon, di Harrison, di McCartney che come me non sa leggere la musica. I Beatles dovevano passare da George Martin e abbiamo dedicato a lui la nostra associazione. Ho avuto il piacere di intervistarlo a Londra: ottenni l’incontro proponendomi come giornalista italiano che voleva scoprire i suoi nuovi magnifici studi di registrazione. Intraprendente. Un’idea di cui va fiero? La mappa del passaggio dei Beatles a Milano, il 24 giugno 1965. C’era Fausto Leali ad aprire il concerto. Io non avevo neanche 16 anni, eppure quel giorno ero al Vigorelli a scattare fotografie. Una vita per i Beatles? Sicuramente. Ho anche partecipato a «Scommettiamo che», alla corte di Fabrizio Frizzi, vincendo 20 milioni di vecchie lire. Indovinavo le canzoni dei Beatles dai vinili, dalle copertine. Ho ricevuto i complimenti di Mina tramite Eugenio Quaini; era suo marito e io lavoravo con lui come fotografo scientifico. «Mia moglie è impazzita per il gioco», mi disse, e io gli chiesi una cortesia: avevo il disco «Mina canta i Beatles»… «può farmelo autografare»? Disse sì. Adesso cosa fa? Ho appena inaugurato un monumento a Lennon, «Immagina la pace», a Senigallia. Il 29 agosto avremo una serata a Rivoltella per il cinquantesimo anniversario dell’ultimo concerto, e suoneremo «Revolver» ovviamente. Ci sarà anche mio figlio Alessandro, che suona anche nei Rock a Domicilio: Van Halen, Hendrix, Vasco. Prima andrò a Liverpool per 5 concerti, dal 22 al 26 agosto. L’anno scorso il sindaco mi ha regalato una targa. Sono liverpooliano adottivo, mi hanno nominato anche ambasciatore quando è stata città europea della cultura nel 2008. Ho incontrato l’ex sindaco Eddie Clein a Palermo, quando abbiamo proposto a Leoluca Orlando di dedicare ai Beatles la piazza capolinea di tutti i pullman. Abbiamo detronizzato Giotto per Lennon. Vivrebbe a Liverpool? Sì. Potrei fare il tassista. Il cicerone per i turisti. I luoghi del pellegrinaggio li conosco bene... Ormai grazie ai Beatles mi sento anche inglese, oltre che bresciano.

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