19 settembre 2020

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09.08.2020

«Nei miei scatti voglio raccontare il senso della vita»

Pino Mongiello, 75 anni: ex sindaco di Salò, professore e studioso, autore di fotografie che sanno raccontare il lago di Garda«Panni stesi» a Salò: le sue opere con quelle di Attilio Forgioli«In certi luoghi dell’anima»: libro fotografico con testi di Permunian
Pino Mongiello, 75 anni: ex sindaco di Salò, professore e studioso, autore di fotografie che sanno raccontare il lago di Garda«Panni stesi» a Salò: le sue opere con quelle di Attilio Forgioli«In certi luoghi dell’anima»: libro fotografico con testi di Permunian

Le stagioni di Pino Mongiello soffiano d’entusiasmo. Lo spirito artistico e il respiro istituzionale, la vocazione creativa e la meditazione storica insieme. Sindaco e presidente ma anche fotografo, capace d’immortalare una terra di lago, il Garda, nella sua quotidianità: fra i suoi scatti il profumo di lenzuola e camicie, le ore del giorno e le speranze della sera, le fatiche più comuni. Scrittore, insegnante e vero umanista, determinato a esorcizzare il logorio della vita moderna anche ritirandosi «una volta all’anno, anche due» all’eremo di Camaldoli, in provincia di Arezzo, sull’Appennino tosco-emiliano: «Un mio luogo dell’anima, nella quiete». Per rispondere all’intervista telefonica Mongiello deve sorbirsi dieci chilometri a piedi nei boschi, «altrimenti non c’è segnale. Prima o poi pubblicherò ciò che mi ispira questo mio nido: ho già scritto tanto, l’ho tenuto per me. San Romualdo fondò l’eremo nel 1012 come ospizio per i pellegrini e luogo di risanamento per i malati. A Camaldoli io ricerco e ritrovo il silenzio e la natura che, se rispettata, a sua volta rispetta l’uomo. La natura che amo anche come soggetto delle mie fotografie». Fa arte, ha fatto politica: versanti differenti che in lei convivono serenamente. Due orizzonti, ma l’anima è la stessa. Non mi sono mai sentito un politico di professione. Mi sono messo al servizio del territorio, ho guardato ai problemi delle persone con un’ottica di servizio. Mi interessava il rapporto diretto con l’uomo, non la conventicola, la corrente, le fazioni. Perché è diventato sindaco di Salò? Ho ricoperto quell’incarico dal 1989 al 1994 non per volontà di carriera, ma perché non si presentava nessuno. Avevo maturato la vocazione a sperimentare percorsi nei settori della cultura, a scoprire la verità e le tensioni in noi. Io facevo l’insegnante e amavo il confronto con gli allievi all’istituto tecnico Cesare Battisti, orgoglioso di condividere con loro la consapevolezza che non si riducesse tutto a numeri e conti, dare e avere. C’è stato un ragioniere Premio Nobel per la letteratura: si chiamava Eugenio Montale. «Chissà che tra voi non ci sia chi passerà dalla partita doppia alla poesia», dicevo ai ragazzi. Lei viene dalla poesia o dalla partita doppia? Mio padre Michele era un appuntato della Guardia di Finanza: uomo semplice e colto, mi ha insegnato gli elementi sociali del vivere. Gli devo molto. Per lavoro girava l’Italia: da Vieste alla Valchiavenna, a Gallipoli, a Bassano del Grappa, infine a Salò dove sono nato il 19 dicembre 1944. Il quarto figlio dopo tre femmine, desideratissimo anche da mamma Rosa che era una donna dolcissima. Tre sorelle: Maria, Lucia che è morta tragicamente in un incidente nel ’92, e Giusy. Da bambino tanto coccolato cosa sognava di fare? Volevo diventare prete, ma non mi è riuscito. Ero attratto da figure di carisma, generosità e altruismo come padre Podavini, uomo discreto, intimo e generoso, vicino ai partigiani, e padre Bosetti, che a Salò è stato direttore dell’oratorio e a metà anni ’50 ha inventato un progetto che si chiamava «Città del fuoco», dove educava i ragazzi a dedicarsi alla realtà sociale e politica per trasformare l’ambiente circostante. Missione compiuta. Mi affascinava quel tipo di percorso, ma volevo farmi una famiglia. Io e mia moglie Laura oggi abbiamo 3 figli: una è morta a neanche un anno, Chiara; con noi ci sono Paolo di 47 anni, Chiara, la seconda nata, di 43, e Michele di 37. Sono anche già diventato nonno 6 volte. Se i preti si potessero sposare, avrebbe seguito quella strada? Può essere, sì. Certamente qualcosa sarebbe cambiato, ma il discorso vale per tanti. Aveva ragione il cardinale Martini, la chiesa è rimasta indietro di 200 anni, c’è un percorso di modernizzazione da compiere. Io sono stato fortunato, quando studiavo lettere moderne alla Cattolica di Milano, a frequentare il Collegio Augustinianum da matricola. Ho partecipato a un concorso, mi hanno accettato e sono entrato in una dimensione per niente bigotta, aperta e dinamica. C’era Salvatore Natoli. C’era anche Mario Capanna che faceva filosofia. Io volevo studiare le tematiche della comunicazione. Ho frequentato un corso a e quando sono tornato a Salò ho diretto il cineforum. Volevo darmi da fare in quest’ambito: mi sono laureato con una tesi su Pasolini e il Vangelo secondo Matteo. Cinquant’anni di matrimonio. Sì, io e Laura ci siamo sposati nel 1970. Nel ’75 ci sono state le elezioni e mi ha preso a benvolere Riccardo Marchioro, sindaco di Salò dal ’70 fino all’89 quando ho preso il suo posto. Era pronto? Sinceramente sì. Sui banchi del consiglio comunale avevo appreso tanto. Una gavetta che oggi anche nella politica riscontro sempre meno. Sono stato assessore alla Cultura e mi vanto di aver creato due novità che restano: la Civica Raccolta del Disegno, di cui sono stato ideatore e cofondatore trent’anni fa con Attilio Forgioli e Flaminio Gualdoni, e il centro studi per la Rsi, che ho fatto nascere nell’84 con il consenso dell’intero consiglio comunale. Non era certo una manifestazione di fascismo, ma la volontà di contestualizzare un periodo storico con le sue ripercussioni sul territorio. Non possiamo cancellare quanto è stato fatto da altri, ma valorizzare tensioni etiche che al tempo non ci furono: lo penso anche per la questione nata sulla cittadinanza onoraria di Salò di Mussolini. Ci fu allora chi era pronto a leccare i piedi a quello che riteneva il salvatore della patria; oggi possiamo dire altre cose. Due volte presidente, della Comunità del Garda dal 2000 al 2005 e dell’Ateneo di Salò dal 2001 al 2013. Non ho vissuto in maniera positiva l’esperienza alla Comunità: paghiamo lo scotto di una realtà divisa amministrativamente in cui prevalgono i campanili. All’Ateneo ho cercato di innovare, svecchiare, aprire da umanista a geologi, matematici, medici. Un’attitudine scientifica doverosa per un Ateneo che non sia una comunità ombelicale e anzi spalanchi le finestre al mondo, tutelando un patrimonio non indifferente librario e archivistico. «In certi luoghi dell'anima»: pensieri, parole e istantanee, i suoi scatti e le parole di Francesco Permunian. Un lavoro a cui sono legato, frutto della nostra intesa. Siamo molto distanti per riferimenti, io e Permunian, ma quando c’è una sincerità d’intenti il confronto fra opposti è positivo. Sono soddisfatto del nostro libro, mi piace molto e mi piace fare squadra. L’ho fatto anche con Forgioli. Pittore con cui tre anni fa ha allestito la mostra «Panni stesi». Fotografie e pastelli a Salò, come un piccolo mondo al Palazzo Municipale. E con Attilio sono più produttivi i silenzi delle parole. E per immagini si possono dire tante cose. Raccogliere frammenti di quotidianità, specchiarsi nella memoria senza nostalgia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Cos’ha in serbo adesso? Ho progetti che premono alla porta. Innanzitutto affronterò la dualità di temi, cose e persone. Poi tratterò di forma e di colore: più astrazione e sintesi che descrizione e racconto. Se dovesse definirsi? Sono un viandante. Un rabdomante. Vado alla ricerca, non alla cieca. Fiuto segnali. Cerco di fotografare il senso della vita. Ha insegnato a lungo: come sono i ventenni di oggi? Io portavo le classi in gita scolastica a Camaldoli: un’opportunità di autogestione, cucinare, farsi il letto, pulire... Si partecipava alla vita del bosco e chi voleva andava alle lodi, al vespro, ma non era un obbligo. Era un confronto fra noi e la natura: ha funzionato, se qualche mio ex studente poi ha preso la via di Camaldoli. Adesso i ragazzi hanno pochi riferimenti utili, ma c’è ancora desiderio di valori. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio e la forza, con discrezione e tatto, di dire qualcosa di vero che li faccia pensare. Da uomo d’arte e di istituzioni cosa pensa di Brescia e Bergamo capitali della cultura nel 2023? È un traguardo storico, maturato in un contesto di domande fondamentali sull’esistenza, fra malattia e salvezza, nel periodo tremendo della pandemia. Istinto di sopravvivenza, ma non solo: due città rivali giocano sulla cultura come effetto moltiplicatore di ricerca in territori plurali e ricchi. Confido in un percorso importante. Ama il cinema: il film della sua vita? «Otto e mezzo», di Federico Fellini. Nell’apparente slegamento fra tematiche che vanno e vengono, dal debito verso i genitori, alla scoperta di un mondo nuovo che non si è mai pronti ad affrontare, ho scoperto un magma che è entrato dentro di me. È il mio film di formazione. E se dovesse dire un romanzo? «Il deserto dei tartari», di Dino Buzzati. L’attesa, che non è passività.

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