18 agosto 2019

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22.03.2019

DAL ROSSO AL NERO

Benito Mussolini in una immagine del 1919
Il Duce con Gabriele D’Annunzio, che sostenne e poi scaricò
Benito Mussolini in una immagine del 1919 Il Duce con Gabriele D’Annunzio, che sostenne e poi scaricò

Stefano Biguzzi Osservata a un secolo di distanza, la nascita dei Fasci di combattimento continua a impressionare per l’abissale divario tra quel movimento ispirato a un patriottismo di sinistra dal piglio giacobino e il fascismo compiutosi poi in regime totalitario. Ancor oggi infatti il programma stilato pochi mesi dopo la riunione fondativa tenutasi a Milano, in piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919, risulta a dir poco stupefacente: proposta di riassetto istituzionale in senso repubblicano, suffragio universale, voto alle donne, partecipazione delle maestranze alla gestione di industrie e servizi pubblici, imposta straordinaria sul capitale, sequestro dei beni delle congregazioni religiose, esproprio delle terre non coltivate e dei profitti di guerra. Di sinistra il programma non meno del capo, Benito Mussolini, già leader del socialismo massimalista; di sinistra l’appellativo «duce», datogli dai compagni di un tempo pescando in qualche libretto d’opera, e perfino il nome del movimento, tradizionalmente legato a esperienze di lotta sociale, una su tutte quella dei Fasci siciliani stroncati da Crispi a fine Ottocento. Come si arriva da qui al fascismo braccio armato della reazione e del padronato, per non parlare di quello sceso a patti con la monarchia e con il Vaticano? Se si esclude la scorciatoia dell’ascrivere anche questa vicenda a espressione dell’eterno italico trasformismo, l’unica efficace chiave interpretativa sta nel personaggio che di quell’evoluzione/involuzione fu il vero demiurgo. Più che attraverso categorie ideologiche travolte dalla guerra e dagli eventi, la metamorfosi del sansepolcrismo in squadrismo si comprende infatti osservando quel personaggio e ragionando sulla sua straordinaria capacità di reinventarsi avendo come unica stella polare del proprio agire la conquista del potere e l’abbattimento della democrazia liberale attraverso un moto rivoluzionario, di qualunque colore esso fosse. Dopo aver rotto con il Partito socialista nel 1914 investendo tutto il suo potenziale di leader nella battaglia interventista e dopo aver perso la scommessa che il conflitto avrebbe immediatamente prodotto esiti rivoluzionari, il Mussolini del 1919, fedele alla definizione che aveva dato di sé stesso come «homme qui cherche», l’uomo che cerca, stava tentando di individuare un percorso che lo facesse emergere dalla condizione di politicamente disoccupato in cui la vittoria del 1918 l’aveva sprofondato. Fallito il tentativo di dar vita ad una Costituente dell’interventismo italiano, il direttore del «Popolo d’Italia» si smarcava dai democratici sulla questione dei confini orientali sposando posizioni ipernazionaliste, sviluppava nei Fasci il progetto di incanalare la forza del sovversivismo interventista e stringeva rapporti sempre più stretti con gli ambienti del futurismo e dell’arditismo facendo suo e traducendo in azione il motto: «marciare non marcire». Né il programma di San Sepolcro né l’idea di creare una «trincerocrazia» che portasse al potere la classe dei combattenti saldandola a quella dei produttori - le due categorie non a caso figuravano ora sotto la testata del suo giornale sostituendo la dicitura «quotidiano socialista» - ressero però la prova del voto, e i fascisti al loro esordio elettorale, nell’autunno del 1919, subirono una imbarazzante disfatta (a Predappio la lista non prese nemmeno un voto) con conseguente evaporazione dei tesserati. Chi ironizzò ricorrendo all’immagine figurata del cadavere di Mussolini ripescato nel Naviglio aveva però sottovalutato la cinica spregiudicatezza di un avversario che, di fronte a quel disastro, era pronto a seguire qualsiasi strada per risollevarsi. Preso atto che a sinistra i fascisti non avevano successo, Mussolini decise semplicemente di provare a destra sostituendo alla competizione democratica il ricorso sistematico a quella violenza di cui Arditi e futuristi avevano già dato prova devastando la sede dell’«Avanti» e attaccando cortei di lavoratori. A spingerlo ulteriormente in quella direzione c’era anche la percezione della complice tolleranza accordata dalle autorità al fronte antisocialista, il tutto mentre da Fiume l’impresa di D’Annunzio si offriva come interessante laboratorio di insurrezionalismo patriottico rivelando impietosamente tutta la debolezza delle istituzioni democratiche. L’ultimo pericoloso antagonista di Mussolini sulla via dell’attacco allo Stato liberale era proprio il «Comandante» che, appoggiato in una prima fase per essere poi impietosamente scaricato, poté solo togliersi il gusto di dare del vigliacco a Mussolini («E voi tremate di paura! E voi state lì a cianciare! Svegliatevi! E vergognatevi anche») dimostrando peraltro di non aver compreso quanto l’onore fosse del tutto estraneo ai valori di un uomo politico pragmatico e determinato al di là del bene e del male. Il passaggio dal primo al secondo fascismo prenderà definitivamente forma a partire dal 1920 rivelando l’eccezionale abilità di Mussolini nel non farsi fagocitare dalla destra alla stregua di un qualsiasi altro elemento antisocialista, e nel divenirne anzi il fulcro riducendo a proprio strumento chi pensava di servirsi di lui per poi metterlo da parte, dai nazionalisti a Giolitti, dai potentati industriali e agrari a casa Savoia. A Lenin, che di queste cose se ne intendeva, è stata attribuita l’affermazione che con Mussolini i socialisti italiani si erano lasciati sfuggire l’unico uomo in grado di fare la rivoluzione. Tutto azzeccato, non c’è che dire, fuorché il colore. •

Stefano Biguzzi
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