05 giugno 2020

Spettacoli

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18.02.2020

Edna e Jacob quei piccoli schiavi venduti ai tedeschi

Romina Casagrande insegna in una scuola della Val Venosta
Romina Casagrande insegna in una scuola della Val Venosta

Alessandra Milanese Il pudore nella sofferenza. Romina Casagrande (Merano 1977) – voce incredibilmente fresca, sguardo pervinca, lunghi capelli ramati - è la prima cosa che tiene a sottolineare. Nel suo romanzo d’esordio con Garzanti, «I bambini di Svevia» (pp. 384, 18,60 euro) costato una lunga ricerca, racconta di come le persone con cui ha potuto parlare e che le hanno rivelato una fetta di storia tanto bestiale quanto poco conosciuta, abbiano faticato a rivelare il loro dolore. In un mondo che corre verso la spettacolarizzazione, persino quella della Shoah, ritiene il fatto estremamente importante. Cosa succedeva ai bambini, figli di famiglie povere dell’Alto Adige e di altre località montane? Tra il ’700 e l’inizio del ’900 venivano «acquistati» da contadini tedeschi e affrontavano un viaggio di 200-300 km a piedi per lavorare lontani da casa durante lunghi periodi, a volte per sempre. Erano denominati gli «Schwabenkinder». Rimanevano menomati, a volte uccisi dal troppo lavoro nelle fattorie. Alle bambine toccava la sorte peggiore: spesso stuprate dai contadini. Se andava bene, loro stesse tornavano con un bimbo. A questo punto venivano massacrate dalla loro stessa società patriarcale. Come è venuta a conoscenza di questa realtà così poco nota? Mi vergogno di abitare in Alto Adige e di non esserne stata consapevole prima. L’ho appresa perché insegno in una scuola media in Val Venosta. Qui ho potuto parlare con parenti di persone che l’avevano vissuta. E da lì ho notato come confidavano con pudore e difficoltà storie di dolore estremo. I suoi protagonisti, Edna e Jacob, che si conoscono da bambini, facendo un viaggio duro mano nella mano, sono esistiti davvero? No, sono frutto della mia immaginazione. Mi è piaciuto raccontare una storia di amicizia e di tenerezza, che si protrae nel tempo. Perché Edna non ha mai dimenticato Jacob, novantenne quando viene a sapere dalla rivista Stern di un suo incidente, lo riconosce, sa dov’è, intraprende un cammino per andare da lui. Ecco, lei mette in scena una protagonista più che novantenne. Di solito gli scrittori fanno il contrario, parlano di una persona più giovane di loro. Come ha potuto calarsi così bene nei panni di Edna. E poi non teme la vecchiaia? Rispondo subito alla seconda domanda. La trovo una stagione, simile all’adolescenza, che possa essere piena di inventiva e possibilità. In cui si possano finalmente attuare progetti piacevoli ed interessanti che non si è potuto, per varie ragioni, fare prima. In secundis ho conosciuto delle maestre e delle professoresse anziane, piene di vita ed inventiva, che avevano molto da dare. E l’uccello del Paradiso, l’ara, il fedele compagno di Edna nella sua casa dal giardino antico e odoroso di fiori, con il rampicante che sale sul muro grigio fino al tetto d’ardesia, da dove le è venuto? Vivo con tre pappagalli, mi affascina in modo particolare, il fatto che imparino a parlare. Poi Emil era stato ritrovato da Jacob quasi morente, infatti ha le ali spezzate. I pappagalli sono estremamente longevi, ma hanno pure bisogno di cure. Nella nostra società non vengono protetti. E così lei si schiera sempre dalla parte del più debole. Mi viene spontaneo. C’è tanta natura nelle pagine de «I bambini di Svevia». L’autrice porta il lettore in mezzo a boschi, prati, primavere, inverni, notti stellate. Fa respirare le stagioni tra aromi, piccoli animali, fiori, in particolare bottoni d’oro. Incombe l’immagine della montagna, topos di tanta narrativa romantica tedesca ottocentesca. L’ho fatto davvero il viaggio di Edna, Jacob e gli altri bambini. Ho scoperto un Alto Adige particolarmente suggestivo. Ha fatto il percorso di ritorno come Edna? Sì, così ho inteso unire il filone del romanzo storico attraverso la memoria e il viaggio picaresco che compie la mia protagonista nel presente. •

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