16 settembre 2019

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09.08.2019

L’olmo incendiato e il mondo dei vinti

Gian Mario Villalta
Gian Mario Villalta

C’è nell’infanzia di tutti un luogo, un albero, un edificio che segna, come una stella polare, la nostra esistenza. Come l’olmo possente, dal fusto liscio e grigio increspato dalle fessurature brunite e dalle creste sugherose sui rami, cresciuto nella campagna friulana sotto gli occhi del bambino Gian Mario Villalta, oggi sessantenne e direttore artistico della rassegna Pordenonelegge, poeta e cantore di quella vita rurale che ha permeato la società fino al soffocante boom economico degli anni ’60. Quell’olmo ha dato il titolo («L’olmo grande», Aboca Edizioni, pp. 223, 14 euro) all’ultimo romanzo di Villalta che con il suo racconto biografico inaugura la collana «Il bosco degli scrittori» di Aboca, una serie pensata come luogo dove gli autori possono esercitare la scrittura «utilizzando tutti i tesori del bosco», nella convinzione che gli alberi impongano una profonda fascinazione sull’attività creativa. L’olmo di Villalta segna la sua infanzia, ma la pianta, al confine tra due poderi, all’improvviso brucia. Per molte generazioni di uomini e donne che all’ombra delle sue fronde hanno vissuto, il grande albero ha significato vita, potenza della natura, stabilità di un mondo. E davanti a quell’immensa torcia che accende la campagna friulana sul far della sera, il bambino di questa storia si interroga sulla verità dell’accaduto: chi ha appiccato il fuoco? Per quale ragione? E come sarà la vita di una comunità senza il suo centro di gravità? La risposta arriverà soltanto in età matura, dando il via alla stesura di questo romanzo, ma da quelle domande si srotola la storia pian piano nella grande macrostoria della pianura tra Friuli e Veneto dove l’industria arriva tardi; dove alberi e piante da frutto hanno intrecciato la loro vita alla storia delle persone e delle famiglie. Il progresso arriva a cose fatte, sì, ma con conseguenze devastanti. E Villalta racconta la violenza della tecnologia che annienta un paesaggio e la persuasione delle nuove e attrattive prospettive di vita, scavando nel passato e aprendo il cassetto dei ricordi di famiglia. Ne scrive ripercorrendo il senso di sradicamento percepito da quella società, neppure tanto lontana, ora come una violazione, ora nella convinzione che il nuovo porterà il meglio. Il grande olmo è l’ultimo baluardo di quel mondo costruito prima del boom ma giunto ormai alla dissoluzione. Quel rogo è quasi un rito di passaggio dal vecchio al nuovo, ma, guardandolo a distanza, Villalta apre nuove riflessioni sui legami affettivi e con la terra. E le mette in prosa, ma con la penna del poeta: «Il cuore del fuoco è bianco. Il sangue della luce è nero. La notte si incurva intorno alle fiamme che cercano il cielo fuori dal loro involucro buio». Comincia così il romanzo, uscito dopo «Bestia da latte» (Sem 2017) e dopo le numerose raccolte di poesie di Villalta, da «Vanità della mente», premio Viareggio 2011, a «Telepatia», premio Carducci 2016, a «Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia contemporanea» (2005). •

Maria Vittoria Adami
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