25 aprile 2019

Spettacoli

Chiudi

29.12.2018

LA COSCIENZA CRITICA DI OZ

Lo scrittore israeliano Amos Oz aveva 79 anni
Lo scrittore israeliano Amos Oz aveva 79 anni

Appassionato gigante della letteratura, Amoz Oz considerava «un imperativo morale cercare di mettersi nei panni dell’altro». La spinta al dialogo e alla tolleranza, ma anche ad arrabbiarsi quando è necessario, ha attraversato tutta la vita e le opere dello scrittore israeliano, morto a 79 anni di cancro. Sulla scrivania, come aveva raccontato nella sua ultima visita in Italia, lo scorso giugno al Taobuk Festival di Taormina, teneva sempre due penne: quella politica che adoperava quando si «arrabbiava, ma tanto e davvero», e quella del narratore che ha usato fino all’ultimo per scrivere il nuovo, atteso romanzo a cui stava lavorando e che potrebbe uscire postumo per Feltrinelli. Più volte candidato al Nobel per la Letteratura, Amos Oz, nome d’arte di Amos Klausner, era nato da genitori immigrati dall’Europa Orientale il 4 maggio 1939 a Gerusalemme, dove è ambientata la maggior parte delle sue opere. La famiglia paterna era di destra, sosteneva il Partito revisionista sionista e l’adolescenza dello scrittore è stata segnata dalla morte della madre, Fania, che si suicidò quando lui aveva 12 anni per una depressione. A 15 anni Amos è andato a vivere nel kibbutz di Hulda dove ha cambiato il suo cognome in Oz che in ebraico significa forza e ha aderito al Partito laburista. Tutti elementi che, in modo più o meno esplicito, si ritrovano nel memoir che lo ha reso famoso nel mondo, «Una storia d’amore e di tenebra», in cui racconta la sua infanzia e adolescenza negli anni che videro la nascita di Israele. La forma narrativa breve era molto affine allo scrittore, giornalista e saggista che esordì nel 1965 con i primi racconti di «Terre dello sciacallo» cui seguì il romanzo «Michael mio» che ebbe subito grande successo. E sono due racconti del primo Amos Oz quelli raccolti nell’ultimo libro, pubblicato lo scorso ottobre in Italia, «Finchè morte non sopraggiunga» (Feltrinelli). In queste due storie Oz ci porta in una Tel Aviv e in un Israele che non esistono più, ma dove si ritrovano la stessa malinconia e ricerca di un senso per se stessi e per il mondo. «Quali distanze, quali abissi bui di distanza, galassie intere di distanze separano gli individui. E mi prende una paura terribile», scrive Oz nel racconto «Amore tardivo». Oz temeva il fanatismo, vero nemico del presente, a cui aveva dedicato «Cari fanatici», uscito in Italia nel 2017 per Feltrinelli, nella traduzione di Elena Loewenthal, che raccoglie tre interventi in cui lo scrittore torna anche sulla situazione del Medio Oriente e del conflitto israelo-palestinese. «Quella tra Israele e la Palestina è una vera e propria tragedia, una lotta tra due parti che sostengono entrambe di avere ragione e spesso hanno entrambe torto. E le tragedie si possono risolvere in due modi: shakespeariano, con il palco costellato di cadaveri e dove magari c’è anche la possibilità di fare prevalere la giustizia. Oppure in modo cechoviano, con molta infelicità e delusione, però lasciando tutti gli attori vivi. Bisogna capire che cosa significa un lieto fine, se scegliere la tragedia oppure no», aveva detto a Taormina. Con il suo sguardo lucido, profondo, unito alla capacità di vedere nell’umorismo e relativismo una forma di speranza, Oz ci ha messo di fronte alla tragedie del nostro tempo. Come la maggior parte degli israeliani, aveva prestato servizio nelle Forze di Difesa israeliane, durante la Guerra dei sei giorni nel 1967 era in una unità corazzata nel Sinai e in quella del Kippur del 1973 ha combattuto sulle alture del Golan. Autore, oltre che di romanzi e saggi tra cui «Conoscere una donna», «Lo stesso mare», «Giuda», anche di libri per bambini, Oz, che è tradotto in 41 lingue, ha anche scritto un libro con la figlia Fania, «Gli ebrei e le parole», uscito nel 2013. Vincitore di numerosi premi, tra cui il Premio Israele per la letteratura nel 1998, il Primo Levi e l’Heinrich Heine nel 2008 e il Salone Internazionale del Libro nel 2010, Oz aveva due occhi vispi azzurri che dicevano tutto del suo sguardo sul mondo. Era capace di scrivere opere di fantasia sfrenata come «D’un tratto nel folto bosco» e di intervenire con lucidità sul conflitto israelo-palestinese. Come più volte aveva detto, si sforzava di lavorare come «un medico di famiglia o un piccolo medico di campagna» e come rimedi lo scrittore, che insegnava letteratura all’Università Ben Gurion del Negev, proponeva «l’autocritica e il pragmatismo». Fino alla fine Oz ha pensato ci fossero due tipi di pace: «Quella che si raggiunge quando si muore, e la pace pragmatica, quella che mi auguro ci possa essere tra Israele e la Palestina». •

Mauretta Capuano
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok