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22.12.2019

«La mia missione: conservare secoli di grande musica»

Mariella Sala: bibliotecaria musicale, organista, in tempi recenti si è impegnata nella catalogazione dei manoscritti di Giancarlo Facchinetti
Mariella Sala: bibliotecaria musicale, organista, in tempi recenti si è impegnata nella catalogazione dei manoscritti di Giancarlo Facchinetti

Il Sacro Graal di chi ama l’arte sta in secoli di creatività. Mantenerne traccia, tramandarla ai posteri, è un’impresa per niente facile, talvolta proibitiva, sempre necessaria. «Ho scoperto tante opere meravigliose, catalogandole», sorride Mariella Sala. Bibliotecaria che ha consacrato la vita alla musica, alla sua conservazione. Dopo il diploma di organo e composizione organistica al Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano, quello in Paleografia e Filologia Musicale e la laurea in Musicologia all’Università di Pavia, ha insegnato educazione musicale alle medie e pianoforte alle superiori (l’ex Magistrale) e ha imboccato la strada dei Conservatori: Mantova, Bolzano, Brescia. Un territorio preciso, il suo: ricerca bibliografica e storia musicale bresciana. «Ho anche collaborato con Bresciaoggi, da giovane - ricorda Mariella Sala -. Ai tempi del grande Renzo Baldo. Mi occupavo di critica, naturalmente musicale». Col tempo è diventata un punto di riferimento nella realtà bresciana come bibliotecaria musicale. Cosa sognava di fare, da ragazza? Ho preso titoli di studio utili alla professione che poi ho svolto perché avevo le idee chiare: volevo conoscere la musica, vivere di musica. In ogni caso, erano altri tempi. In che senso? Era più facile ottenere un lavoro. Io avevo studiato al Classico e al Conservatorio: si può fare. Finiti gli studi ho trovato subito un’occupazione. Era più facile anche insegnare perché negli anni ’80 c’erano risorse che adesso non esistono. La svolta? La Regione aveva varato il progetto Giacimenti Culturali. La bibliotecaria musicale di Brescia, che avevo conosciuto a Cremona, mi disse «Partecipa al progetto». Mi incoraggiò. Si trattava di catalogare i fondi antichi delle città lombarde. Cosa sapeva allora di catalogazione? Nulla. Ma mi attirava, e mi piaceva l’idea di farlo nella mia città. È bellissimo conservare un patrimonio culturale inestimabile. Al tempo si catalogava su schedine cartacee. I timbri con il pentagramma. le note a mano. Adesso cataloghiamo in Sbn. Lei è anche musicista: dal 1980 organista alla Basilica Patronale dei Santi Faustino e Giovita. Non potrebbe essere altrimenti: la volontà di salvare la musica nasce dalla conoscenza, dalla pratica, dall’amore. Il bravo catalogatore impara dall’opera. La catalogazione è il primo passo per la conservazione: noi siamo pochi, indispensabili, determinati. Sempre più rari, come canguri rosa. Qual è la prima caratteristica di chi deve tramandare tanta bellezza ai posteri? La passione, che dovrebbe essere connaturata a chi nasce in questo Paese. L’Italia è stata la patria della musica europea e mondiale. La madre della lirica. Nella sua famiglia c’è musica? Sì. Mia figlia Dina ha suonato flauto, ora studia thailandese e cinese e ha fatto parte della banda di Taiwan: musica scritta in italiano, «forte» e «piano»... Perché la musica siamo noi, italiani. Mio figlio Luigi aveva cominciato con il violino; il bombardino sarebbe stato il suo strumento, ma ha scoperto il rugby e ora scala le montagne. Mio marito Italo insegna musica alle medie. E me lo lasci dire: loro, gli insegnanti, sono eroi per davvero. L’Italia è il Paese in cui oggi Bach e Beethoven non compaiono in alcun programma scolastico. Si deve ripartire dalle scuole? Per forza! Nella scuola sono le fondamenta di una civiltà. Un’iniziativa come Opera Domani, per esempio, è tanto bella quanto utile. Adesso ai concerti mancano i giovani, in Conservatorio gli alunni esitano a iscriversi alle trasferte organizzate per andare a sentire dal vivo grandi musicisti, orchestre come la Filarmonica alla Scala. Una reticenza difficile da comprendere, in chi ha scelto la musica come compagna di vita. Questione di mentalità? Sì. È qualcosa che si respira nell’aria. In Italia si lascia morire la musica. Bisogna fare qualcosa! Sto studiando gli istituti di assistenza bresciani e vedo come l’insegnamento del canto fosse obbligatorio per le orfanelle. La musica d’insieme è altamente educativa. Insegna a cantare con gli altri, ad accogliere e rispettare. Se dovesse citare un maestro incontrato lungo il suo percorso? Roberto Goitre. Direttore di coro, compositore e docente. Grandissimo didatta. Ero andata a Varallo Sesia a seguire i suoi corsi di educazione alla musica. Ha lavorato a Mantova, Bolzano, Brescia: cambia molto, di città in città? Sì. Per un bibliotecario è meglio lavorare nella propria città: puoi allacciare contatti con musicisti e musicofili, accedere più facilmente ai fondi. Qui ho visto affiorare l’humus culturale di Brescia dall’Ottocento a oggi. La musica non è l’ancella di tutte le arti, ma una presenza costante nella civiltà. Qui abbiamo avuto Paolo Chimeri e Arturo Benedetti Michelangeli, Giovanni Tebaldini e ancora prima Pietro Gnocchi. Non solo: abbiamo organi Antegnati che facciamo fatica a restaurare, eppure sono famosi nel mondo. Non ci sono solo la «Festa della musica» o le «Mille chitarre in piazza»: Brescia, storicamente, è anche molto altro. La musica è più gioia o dolore? Tanta felicità, altrettanta fatica. Quello musicale per me è il più faticoso degli studi. Da alunna studiavo organo ogni giorno, tutta mattina. Deve piacerti, altrimenti non puoi arrivare in fondo. Ho inaugurato le medie al Conservatorio, quando non era ancora Marenzio ma Venturi: in classe eravamo 16, siamo arrivati in 4. Gli altri hanno mollato. Eppure gli insegnanti erano meravigliosi. Come procede la catalogazione a Brescia? Abbiamo fatto tanto con l’aiuto della Regione Lombardia. Ci sono fondi splendidi in Conservatorio grazie alla generosità dei donatori, come il fondo Soncini. Al Marenzio ci sono manoscritti e stampe musicali databili dalla fine del diciottesimo secolo. In Seminario e nell’Archivio Musicale si va fino a metà ’700, nell’Archivio del Duomo fino al ’600 e al ’500. Il suo ultimo lavoro? La catalogazione del lascito di Giancarlo Facchinetti alla biblioteca del Conservatorio. Il dono generoso, affettuoso, di un artista che ha insegnato per decenni composizione. Catalogare è stato un piacere: era uomo ordinatissimo, scriveva tutto a mano. Il titolo, la data, le dediche a musicisti o musicofili. Era un insegnante esemplare. Cito un episodio ricorrente: quando i ragazzi dovevano fare gli esami di composizione, il giorno prima andava a sincerarsi bene dell’aula in cui gli alunni si sarebbero rinchiusi. Era molto amato, piacevolissimo da ascoltare. Se pensa al 2020? Adesso sono in pensione, ma rimango responsabile dell’Archivio Musicale del Seminario. Sto collaborando con un bulldozer della catalogazione quale Emiko Yasuda, giapponese che abita in Italia da tanti anni. Ho la responsabilità dei pezzi, migliaia, del fondo che si trova nella Basilica delle Grazie. Studio il canto delle associazioni, ma intanto continuo a catalogare. Come Stravinskij ogni giorno scriveva, io ogni giorno catalogo. Una missione? Sì. Ci sono grandi patrimoni da preservare. Siamo pochi, lavoriamo nell’ombra, il meglio possibile. E quando non lavora? Cucino: ho imparato da mia mamma, grande cuoca. Zuppe e caponate sono la mia specialità. Mi piaceva andare in montagna. Adesso amo il cinema. Guardo film di tutti i generi: anche qui sono curiosa, mi piace scoprire. Conoscere.

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